lunedì 17 maggio 2010

Non basta aggiustare i conti pubblici. Occorre ‘fare politica’ per la crescita

di Mario Seminerio

Le fortissime turbolenze a cui è sottoposta la moneta unica europea sono destinate a rilanciare il dibattito, mai realmente sopito nel nostro paese, sulla utilità della partecipazione all’euro. I nostalgici delle svalutazioni competitive hanno trovato nuovo fiato nel dramma della Grecia, impossibilitata a rilanciare la propria crescita attraverso la leva del cambio e condannata a passare attraverso una “svalutazione interna” che altro non è che una durissima deflazione di prezzi e salari. Sappiamo che quella dell’euro non è un’area valutaria ottimale, ossia non possiede i meccanismi di stabilizzazione che consentono di assorbire gli shock asimmetrici che colpiscono propri membri.

Di fatto, Eurolandia appare in questi mesi sempre più simile ad una “semplice” unione valutaria: un accordo di cambio irrevocabilmente fisso entro il quale si accumulano squilibri macroeconomici destinati a deflagrare, senza alcun coordinamento fiscale ma al contrario con un geloso nazionalismo delle politiche di bilancio. L’ingresso nell’euro ha abbattuto e livellato i tassi d’interesse nominali, stimolando la crescita. Ma il tasso d’interesse unico, in presenza di tassi d’inflazione differenziati e di insufficiente grado di apertura alla competizione (soprattutto nel settore dei beni non esposti alla concorrenza internazionale), ha prodotto nei singoli paesi tassi reali fortemente differenziati. Emblematico è il caso di Spagna, Portogallo e Grecia, che hanno visto tassi reali negativi che hanno stimolato i settori dell’economia ad essi più sensibili, quali costruzioni e credito al consumo. La bassa concorrenza ha poi impedito lo sviluppo della produttività, e le dinamiche retributive del settore pubblico hanno fatto il resto. Il risultato: costi del lavoro per unità di prodotto in forte aumento e marcata divergenza rispetto al paese-guida dell’euro, la Germania. Oggi, quegli squilibri macroeconomici sono al punto di rottura del sistema. Come uscirne, e quale è la posizione del nostro paese in questo contesto?

Formidabile, a questo riguardo, è stata l’eco prodotta dalla presa di posizione del ministro per la Semplificazione normativa, il leghista Roberto Calderoli, che ha annunciato tagli del 5 per cento agli emolumenti di parlamentari ed assimilati. In un paese che è ormai del tutto privo di memoria di breve termine, nessuno andrà a ricordare a Calderoli che lui ed il suo partito sono stati in prima fila quando il governo ha deciso, lo scorso gennaio, di rinviare al 2011 (in realtà al 2015, avendo appena votato in gran parte d’Italia per le amministrative) il taglio alle poltrone degli enti locali; che oggi Calderoli si appunta al petto, dicendo che però “è stato predisposto“, nell’abituale gioco delle riforme ritardate di una legislatura, e quindi destinate a non diventare realtà. E’ poi nota l’avversione della Lega al taglio delle province, che ha trovato copertura “contabile” nel ministro dell’Economia, che ha dichiarato (senza fornire cifre) che i risparmi di spesa sarebbero risibili. E ancora, in quanti ricordano che fu lo stesso premier, esattamente un anno fa, a minacciare (ma contro chi, esattamente?) una legge di iniziativa popolare per disboscare il parlamento, finita regolarmente nel dimenticatoio di un paese psicolabile? Questo solo per restare negli ambiti dei costi “ufficiali” della politica, quelli visibili, che già ci pongono all’avanguardia nel mondo occidentale. Stendiamo un pietoso velo sulla dinamica degli acquisti intermedi della pubblica amministrazione: stiamo solo ora cominciando ad avere uno spaccato di quel mondo, nel racconto dei suoi appaltatori...............prosegui

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