lunedì 5 maggio 2014

SPILLO/ Da Svizzera e Argentina le "spinte" per tornare alla lira

SPILLO/ Da Svizzera e Argentina le "spinte" per tornare alla lira:



Un periodo in cui si leggono cose interessanti, questo.
Alcune letture sono decisamente faziose, ma si
riconoscono senza troppa fatica. Altre invece offrono la
possibilità di riflettere sugli scenari prossimi
venturi. Una di queste è la recente intervista a “Il
Venerdì” di Repubblica al prof. Zingales, il quale ha
risposto ad alcune domande su un ipotetico ritorno alla
lira. Lui è contrario, ma diverse sue riflessioni
sono interessanti e danno da pensare su cosa potrebbe
realmente accadere e su cosa converrebbe fare.
Per cominciare, però, partirei dalla sua considerazione
finale, che mi trov a completamente d’accordo,
anche se per motivi opposti. “Credo che un buon modo per
capire sia studiare l’Argentina, dove peraltro
sono tutti italiani. Quello è l’esempio di come la politica
può portare un Paese alla rovina. Il mio incubo è
che l’Italia finisca allo stesso modo”. L’Argentina è arriv
ata al default nel 2001 dopo aver seguito
pedissequamente le indicazioni del Fondo monetario
internazionale, tanto da essere diverse v olte
additata come modello di libero mercato che fav orisce lo
sviluppo. Ma una parte essenziale di quel
modello è stato il cambio fisso della propria moneta (il
peso argentino) con il dollaro, che permise a quel
Paese di accedere a liquidità a basso costo (in dollari),
incrementando così la facilità a indebitarsi, ma in
v aluta estera.
Di fatto, con il cambio fisso tra peso e dollaro, anche la
moneta nazionale diventav a una v aluta estera.
In effetti, questa rigidità è stata proprio l’elemento occasionale
scatenante il default in una situazione di
crisi preesistente: alla fine degli anni ‘90 tutti i paesi
del Sud America erano in crisi e quindi le loro
monete subirono una sv alutazione. Ma non l’Argentina, che
avev a la propria moneta agganciata al
dollaro. Questo causò una forte riv alutazione del peso
argentino nei confronti del real brasiliano,
prov ocando una pesante crisi dell’esportazione argentina
verso il Brasile. E siccome tali esportazioni
erano circa il 30% dell’export totale, questo aggrav ò la
situazione.
In seguito a tutte queste difficoltà, scattò una iniziale
corsa agli sportelli (tutti cercav ano di ritirare
pesos per cambiarli in dollari e portarli fuori dal Paese),
bloccata da un decreto del governo che
impediv a il ritiro di una quantità superiore ad un minimo
giornaliero. Ma la situazione era ormai
sfuggita di controllo e di lì a poco il peso argentino fu
sganciato dalla parità col dollaro, arriv ando a
sv alutarsi fino a 4 pesos per dollaro. Da notare che nello
stesso periodo, il 2002, l’inflazione rimase
sempre intorno a un v alore del 4%, tranne per il mese di
aprile nel quale raggiunse il 1 0% (su base
annua). continua 

lunedì 28 aprile 2014

Le sviste dei Giavazzi che aiutano la crisi

Giovanni Passali

lunedì 28 aprile 2014
“La ragione, forse la più importante, che spiega perché i paesi dell’euro stanno impiegando tanto più tempo degli Stati Uniti a uscire dalla crisi riguarda le banche e, in particolare, la mancanza di credito. Questo è accaduto perché, negli interventi di politica economica successivi alla crisi, abbiamo fatto le cose nell’ordine sbagliato. Abbiamo cercato di ridurre i debiti e i deficit dei conti pubblici, dimenticandoci o quasi delle banche”. Toh, hanno sbagliato. Lo ammette tranquillamente, l’ineffabile duo Alesina-Giavazzi; e dalle colonne de Il Corriere della Sera continuano a dispensarci il loro verbo dell’ideologia liberista fallimentare e fallita. Ma il loro ultimo intervento, apparso in prima pagina sul quotidiano di via Solferino del 23 aprile, stavolta merita un’analisi dettagliata, poiché contiene un insieme raro di mezze verità e veri e propri capovolgimenti della realtà letta con gli occhi di un’ideologia: tutta merce utilissima per comprendere come il mondo vada al contrario.
Hanno sbagliato, ammettono: perché successivamente alla crisi “abbiamo cercato di ridurre i debiti e i deficit dei conti pubblici, dimenticandoci o quasi delle banche”. Oibò, un piccola dimenticanza. Un’inezia, che volete che sia. Il risultato? “Ma senza credito un’economia non funziona e quindi non cresce, e senza crescita rimettere in ordine i conti è molto difficile”. Direi: la scoperta dell’acqua calda. Ma non lo sapevano prima? O si erano distratti? O lo sapevano benissimo? Viene alla mente una recente dichiarazione di Giorgio La Malfa, il quale ha raccontato di aver discusso con Padoa Schioppa sull’unione monetaria; ad un certo punto gli ha detto: ma non vi rendete conto che l’euro non può funzionare? E Padoa Schioppa rispose: credi che non lo sappiamo?http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2014/4/28/FINANZA-2-Le-sviste-dei-Giavazzi-che-aiutano-la-crisi/print/494469/

giovedì 20 febbraio 2014

Stop alla ritenuta automatica del 20% sui bonifici dall'estero

Stop alla ritenuta automatica del 20% sui bonifici dall'estero:



vuto effetto: governo fa marcia indietro su norma idiota da quarto mondo.
Saccomanni, il ministro dell'Ecconomia, ha dato ordine a Befera, capo dell'Agenzia delle Entrate. di sospendere il provvedimento assurdo.
Saccomanni, il ministro dell'Ecconomia, ha dato ordine a Befera, capo dell'Agenzia delle Entrate. di sospendere il provvedimento assurdo.
ROMA (WSI) - Stop alla ritenuta automatica del 20% sui flussi finanziari dall'estero. Su richiesta del Ministro dell'Economia e delle Finanze, è stato assunto oggi un provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle Entrate che sospende l'operatività della ritenuta del 20 percento sui redditi derivanti da investimenti esteri e dalle attività estere di natura finanziaria applicata automaticamente dagli intermediari finanziari. (AdnKronos)

Leggere L'ultimo "regalo" di Letta alle banchecon 42 commenti dei lettori di WSI.

Fisco, stop alla ritenuta del 20 per cento sui bonifici esteri ma solo fino al primo luglio. Gli acconti eventualmente già trattenuti saranno rimessi a disposizione degli interessati dagli stessi intermediari

Stop alla ritenuta automatica del 20% sui flussi finanziari dall'estero. L'Agenzia delle Entrate italiana, su richiesta del ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni, ha disposto la sospensione dell'operatività della ritenuta del 20% applicata automaticamente sui bonifici provenienti dall'estero. Lo rende noto il ministero dell'Economia italiano.

"Gli acconti eventualmente già trattenuti da intermediari finanziari sulla base della norma in oggetto saranno rimessi a disposizione degli interessati dagli stessi intermediari". È quanto afferma il ministero dell'Economia.

Il Tesoro spiega le ragioni dello stop alla normativa, sulla quale l'Europa ha acceso un faro, facendo riferimento all"evoluzione del contesto internazionale". In particolare questa evoluzione "in materia di contrasto all'evasione fiscale cross-border, che ha subito una forte accelerazione, attraverso la creazione di un modello di accordo intergovernativo (IGA) per lo scambio di informazioni tra gli USA e gli altri Paesi, fa ritenere ormai superata la disposizione che ha introdotto la predetta ritenuta alla fonte, atteso che le informazioni sui redditi di fonte estera di pertinenza di residenti italiani saranno disponibili attraverso il canale dello scambio automatico multilaterale di informazioni". "Tale modello - prosegue la nota - ha costituito la base per la nascita di un sistema automatico di scambio di informazioni multilaterale tra Paesi (Common Reporting Standard), presentato dall'OCSE nel gennaio scorso, e sottoposto all'approvazione del meeting del G20 di questo mese di febbraio. Lo scambio di informazioni costituisce il nuovo percorso condiviso per la lotta all'evasione fiscale internazionale".

La sospensione del prelievo del 20% sui bonifici provenienti dall'estero vale fino al primo luglio. È quanto predispone il provvedimento dell'Agenzia italiana delle Entrate che motiva lo stop con "le difficoltà applicative riscontrate dagli intermediari e dai contribuenti in ordine ai suddetti obblighi e alle necessarie implementazioni procedurali". Nel provvedimento si stabilisce inoltre che la scelta non comporta perdite di gettito perché i redditi prodotti all'estero sono soggetti all'obbligo della dichiarazione dei redditi.

LEGGE DI STABILITA’. Il ministero dell’Economia: la Corte dei conti sbaglia, non ci sono entrate a rischio | CGIA MESTRE

LEGGE DI STABILITA’. Il ministero dell’Economia: la Corte dei conti sbaglia, non ci sono entrate a rischio | CGIA MESTRE:



LEGGE DI STABILITA’. Il ministero dell’Economia: la Corte dei conti sbaglia, non ci sono entrate a rischio

La Corte dei Conti può stare serena. A quanto riferisce il ministero dell’Economia, negli anni a venirenon ci sono risorse finanziarie a rischio. Nei giorni scorsi, la magistratura contabile aveva inviato ai presidenti delle Camere un documento allegato alla relazione quadrimestrale di cassa in cui manifestava preoccupazione per un ammanco futuro di 13,7 miliardi di euro; a tanto ammonterebbero le entrate per il periodo 2017-2020.

Si tratterebbe di cifre previste dalla legge di Stabilità ma tutt’altro che in sicurezza a causa del modo in cui si è sviluppato l’esame del provvedimento: la Corte ha sottolineato come il Parlamento abbiaframmentato gli interventi con 200 norme precisando, in ogni caso, che non dovrebbe essere necessaria una manovra correttiva.

Per il ministero dell’Economia, invece, “non sussiste alcun vuoto di gettito in quanto le misure previste dai provvedimenti analizzati dalla Corte dei Conti hanno regolarmente trovato integrale e adeguata copertura non solo nel triennio 2014-2016 ma anche in tutte le annualità successive”. Da Via XX settembre è stato fatto presente che la legge di Stabilità determinerà, nel periodo preso inconsiderazioni, un miglioramento dei saldi.

lunedì 17 febbraio 2014

Crisi economica, un suicidio ogni due giorni e mezzo: 149 nel 2013 - Il Fatto Quotidiano

Crisi economica, un suicidio ogni due giorni e mezzo: 149 nel 2013 - Il Fatto Quotidiano:

Un suicidio ogni 2 giorni e mezzo. Sono state complessivamente 149 le persone che lo scorso anno si sono tolte la vita per motivi legati alla crisi economica, rispetto agli 89 casi registrati nel 2012. Sale così a 238 il numero dei suicidi “per motivi economici”, secondo gli ultimi dati resi noti da Link Lab, il laboratorio di ricerca Socio Economica dell’Università degli studi Link Campus University.
Dai dati emerge che il 40% dei casi di suicidio registrati è avvenuto negli ultimi quattro mesi. Dopo l’estate il loro numero è salito vertiginosamente: a settembre con 13 episodi registrati, nel mese di ottobre con 16 vittime, a novembre con 12 casi e a dicembre con 18 suicidi. Circa un suicidio su due (il 45,6%) – ha calcolato lo studio – riguarda un imprenditore (68 i casi nel 2013, 49 nel 2012) ma, tra un anno e l’altro, si registra un raddoppio del numero delle vittime tra i disoccupati: sono 58 i suicidi tra i senza lavoro, rispetto ai 28 dell’anno prima.
Il fenomeno non è caratteristico di una sola area, ma è diffuso su tutto il territorio nazionale. Mentre nel 2012 il numero più elevato di suicidi per motivi economici si era registrato nelle regioni del Nord-Est (27 casi, pari al 30,3% del totale) ora si registra maggiore uniformità tra le diverse aree geografiche. Persino nel Mezzogiorno dove il tasso di suicidi è stato storicamente più basso rispetto alla media nazionale, vi è stato un allarmante aumento: 13 casi complessivi nel 2012 sono diventati 29 nel 2013. Nel 2013 il numero più elevato si è registrato nel Nord-Ovest che vede triplicato il numero delle vittime (da 12 del 2012 a 35 l’anno successivo). Seguono le regioni centrali (33 casi, 22,1%) a fronte dei 23 del 2012 e il Nord Est con 32 casi. Sono 19 invece le persone che si sono suicidate nelle Isole.
L’indagine esamina anche le cause che portano al suicidio. Al primo posto rimane la mancanza di denaro o una situazione debitoria insanabile (108 suicidi), che stacca notevolmente chi si è ucciso dopo la perdita del posto di lavoro (26). Non manca anche chi si è tolto la vita per debiti verso l’erario: 13 casi, calcola il Link Lab. Ad allarmare, segnando l’acuirsi della crisi sul fronte sociale e lavorativo, è anche il dato relativo ai tentativi di suicidio: lo studio ne ha contati 86 contro i 48 del 2012, tra loro una cinquantina di disoccupati ai quali la crisi ha portato via il lavoro ma anche la speranza di ricostruire altrove il proprio percorso professionale.

CRISI. Colpiti soprattutto i più piccoli: abbiamo 134 mila artigiani e commercianti in meno. | CGIA MESTRE

CRISI. Colpiti soprattutto i più piccoli: abbiamo 134 mila artigiani e commercianti in meno. | CGIA MESTRE:



CRISI. Colpiti soprattutto i più piccoli: abbiamo 134 mila artigiani e commercianti in meno


In vista della manifestazione di martedì prossimo del ceto medio produttivo, la CGIA elenca, dati alla mano, le ragioni della protesta.


134 mila imprese in meno: è questo il drammatico bilancio dopo sei anni di crisi. La CGIA denuncia che tra il 2008 e il 2013 le due principali categorie che costituiscono il cosiddetto popolo delle partite Iva hanno subito una vera e propria moria di imprese: il saldo, dato dalla differenza tra le aziende nate e quelle cessate, è spaventosamente negativo. Se tra i piccoli commercianti sfiora le 64 mila unità, tra gli artigiani supera addirittura quota 70 mila. Sommando i risultati dell’una e dell’altra categoria, all’appello mancano quasi 134 mila piccole imprese. Oltre a ciò, vi è un altro aspetto poco conosciuto che spesso getta nel panico molti piccoli ex imprenditori.

A differenza dei lavoratori dipendenti – fa notare il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi –quando un autonomo cessa l’attività non dispone di alcuna misura di sostegno al reddito. Ad esclusione dei collaboratori a progetto che possono contare su un indennizzo una tantum, gli artigiani e i commercianti, ad esempio, non usufruiscono dell’indennità di disoccupazione e di alcuna forma di cassa integrazione o di mobilità lunga o corta. Spesso si ritrovano solo con molti debiti da pagare eun futuro tutto da inventare”.

Ed è per questo che la CGIA, in vista della manifestazione dei piccoli produttori che si terrà martedì prossimo a Roma, ha messo in luce le ragioni della protesta.

Oltre alle chiusure, negli ultimi sei anni il costo dell’energia elettrica è aumentato del 21,3 per cento,quello del gasolio del 23,3 per cento, mentre la Pubblica amministrazione ha allungato i tempi di pagamento di ben 35 giorni.

Sul fronte del credito la situazione è altrettanto preoccupante: in questi sei anni di crisi economica gli impieghi bancari alle imprese con meno di 20 addetti sono diminuiti del 10%. In termini assoluti ciò corrisponde ad una contrazione dei prestiti erogati alle micro imprese pari a 17 miliardi di euro.

Infine, le tasse e la burocrazia. Tra il 2008 e il 2013 la pressione fiscale in Italia è aumentata di 1,7 punti percentuali: l’anno scorso ha toccato il record storico del 44,3 per cento. Anche il peso degliadempimenti burocratici ha assunto un livello non più sopportabile. Secondo i dati della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la burocrazia costa al mondo delle imprese italiane 31 miliardi di euro all’anno. Ciò implica che su ogni impresa grava mediamente un costo annuo pari a 7 mila euro. A differenza di quelle più grandi, le piccolissime imprese non possiedono una struttura amministrativa al proprio interno. Pertanto, sono costrette a rivolgersi a dei professionisti esterni, subendo dei costi annui ben superiori al dato medio nazionale sopra citato.

Con uno scenario del genere – conclude Bortolussi – come fa il ceto medio produttivo a ritornare ad essere il motore dell’economia del Paese, se la politica non comincia ad affrontare con slancio i nodi strutturali che ostacolano la crescita?




Elaborato in data 16 febbraio 2014

martedì 11 febbraio 2014

SVIZZERA/ Referendum, un tiro mancino all'Europa dei tecnocrati

SVIZZERA/ Referendum, un tiro mancino all'Europa dei tecnocrati:



Robi Ronza



martedì 11 febbraio 2014


Nonostante l'avviso contrario del Parlamento federale, domenica scorsa il popolo svizzero – seppur con un'esigua maggioranza di 50,5 per cento di "sì" contro il 49,5 per cento di "no" - ha votato a favore della definizione di un limite (non del blocco) all'immigrazione; e quindi di una rinegoziazione degli accordi bilaterali per la libera circolazione delle persone vigenti tra Berna e Bruxelles. 
Che un Paese con poco meno di 8 milioni di abitanti voglia rinegoziare degli accordi che non pongono limiti di principio all'afflusso sul suo territorio dei cittadini della circostante Unione Europea, che di abitanti ne ha circa 503 milioni, che cosa c'entra con le sorti dell'Europa di Bruxelles? Obiettivamente non c'entra nulla. Nel Canton Ticino, che ha poco più di 341mila abitanti, ai lavoratori stranieri residenti si aggiungono i lavoratori frontalieri, che cioè lavorano nel Cantone ma abitano in Italia, per lo più in Lombardia. Questi negli ultimi anni sono raddoppiati passando da 30 a 60mila, e costituiscono oggi circa un terzo della forza lavoro impiegata dall'economia ticinese. Gli stranieri regolarmente residenti ammontano in Svizzera al 23 per cento della popolazione complessiva (in Italia invece sono il 7,5 per cento secondo dati del 2011). Che cosa farebbe l'Unione Europea se ne avesse in proporzione altrettanti, ossia oltre 115 milioni? Ecco una domanda che, prima di stracciarsi le vesti, sarebbe doveroso farsi. Invece non se la fa nessuno.  
Ormai però la realtà delle cose ha (purtroppo) sempre meno importanza. I fatti contano non in quanto tali bensì a seconda del forno in cui vengono messi a cuocere. E il forno caldo del momento è quello delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. La crisi delle istituzioni europee, così come si sono sviluppate dall'abbandono della loro originaria ispirazione in avanti, è ormai irrefrenabile. L'abbandono dell'eredità storica, principale risorsa dell'Europa, a favore dell'esclusivo riferimento alla filosofia politica di Kant, e la pretesa di far governare il Continente da un' élite tecnocratica democraticamente non legittimata sta portando l'Unione Europea nel baratro. 
In tale prospettiva l'ordine costituito dell'Europa ufficiale, invece di rimettersi in discussione, cerca la salvezza in una campagna di discredito preventivo delle forze politiche che nel futuro Parlamento Europeo potrebbero essere maggioritarie o quantomeno avere in esso una presenza di rilievo ineludibile. Ci stanno già spiegando che saranno tutte quante "populiste" e "antieuropeiste". 
 Lo spazio di chi potrebbe entrare in quel nuovo Parlamento all'insegna del motto "Europa sì, ma quale?" vien così precluso. Per scaldare il forno in cui cuoce questa campagna va bene tutto, anche l'esito del referendum svizzero di domenica scorsa. 
Relativamente alla questione in gioco il caso del referendum elvetico è in effetti minuscolo. Eppure, se venisse considerato altrimenti e analizzato attentamente, potrebbe essere di utile riferimento. La Svizzera infatti, nazione plurilingue e pluriculturale stabilita da secoli, è un laboratorio politico da cui l'Unione Europea avrebbe molto da attingere, se fosse meno piena di se stessa (ovvero di un bel niente, allo stato attuale delle cose). 

lunedì 10 febbraio 2014

BANKITALIA. Sofferenze bancarie in aumento | CGIA MESTRE

BANKITALIA. Sofferenze bancarie in aumento | CGIA MESTRE:



Aumentano le sofferenze bancarie. E’ la Banca d’Italia a comunicarlo, rilevando che la crescita annua è stata pari al 24,6 per cento, in salita rispetto al 22,7% di novembre. Complessivamente, le sofferenze hanno superato i 150 miliardi di euro, arrivando, per la precisione, a quota 155,852 miliardi. Contestualmente, si è registrata una contrazione dei prestiti al settore privato pari al 3,8%su base annua (in rallentamento rispetto al -4,3% del mese precedente). Nel dettaglio, calano dell’1,2% i prestiti alle famiglie su base annua. Su base mensile, la contrazione è stata dell’1,5%. Iprestiti alle società finanziarie, invece, sono calati del 5,3% su base annuale, mentre rispetto al novembre si sono contratti del 6%.

Tra gli altri dati resi noti dalla Banca d’Italia, ci sono quelli sui depositi che, rispetto ai 12 mesi, nel settore privato, sono cresciuti del 2,3%. A novembre, la crescita è stata pari al 6,1%. Cala, invece, dell’8,3% la raccolta obbligazionaria (-7,3% a novembre).

Si registra un lieve miglioramento rispetto ai tassi d’interesse dei mutui. “I tassi sui finanziamenti erogati nel mese alle famiglie per l’acquisto di abitazioni – comunica Palazzo Koch – sono stati pari al 3,80% (3,86 per cento a novembre)”. I tassi relativi al credito al consumo, invece, hanno raggiunto quota 8,69% contro il 9,20% di novembre. Infine, gli interessi sulle erogazioni alle società non finanziarie di importo fino a 1 milione di euro sono stati pari al 4,36% (4,38 nel mese precedente), quelli superiori al milione al 2,82 % (2,76 per cento a novembre).

Nel futuro di Irisbus il polo italo/cinese e il destino di 300 operai in cassa integrazione - Corriere.it

Nel futuro di Irisbus il polo italo/cinese e il destino di 300 operai in cassa integrazione - Corriere.it:



     di FABIO SAVELLI
    Centomila metri quadri di capannoni. Circa un milione di metri quadri all’esterno ora completamente vuoti. La linea di produzione smantellata e circa 300 dipendenti in cassa integrazione. Immaginate ora che ci sia un imprenditore, Stefano Del Rosso, al timone della controllata italiana di un colosso cinese del settore (King Long), che sia interessato a rilevarlo magari in joint-venture con un partner industriale (la bolognese Breda Menarini del gruppo Finmeccanica?). Infine pensate che l’incontro al ministero dello Sviluppo Economico per mettere a punto la re-industrializzazione dell’area doveva essere fissato a fine gennaio ma tardi ad arrivare. Andiamo con ordine

    La funzione dei media è ormai quella di non far sapere?

    La funzione dei media è ormai quella di non far sapere?:


    La riflessione di Gianfilippo Cuneo (nel post qui sotto) sull’uso scorretto e fuorviante delle parole da parte dei giornalisti nel descrivere la situazione italiana pone un quesito complementare: a chi giova il linguaggio edulcorato/falsato, di cui è evidente la finalità quando impiegato dai politici ma che è contrario alla deontologia professionale e riprovevole quando utilizzato dai giornalisti? Come è possibile, ad esempio, presentare l’ipotesi di ingresso di Etihad in Alitalia come ‘salvataggio’ e quella di Air France come ‘conquista’ quando le condizioni dettate dalla prima sono almeno altrettanto dure, e probabilmente molto di più, di quelle della seconda? Come è possibile scrivere che il debito pubblico dell’Italia si sta riducendo quando è vero il contrario? Come è possibile utilizzare il termine ‘privatizzazione’ riferito al progetto su Poste Italiane, che non solo non privatizza ma congela il controllo congiunto statal-sindacale e lo status quo, rendendo impossibile per il futuro dirimere i rapporti dell’azienda con le casse pubbliche? Come è possibile che si elogino con cadenza periodica i risultati finanziari di Poste e Ferrovie omettendo di ricordare che si tratta di monopoli di fatto e che i risultati industriali non sono esattamente in linea con quelli finanziari? Come è possibile parlare di risanamento dei conti pubblici attraverso il rigore quando il deficit/pil non scende più e il debito/pil corre più veloce di prima?
    L’uso superficiale, improprio e spesso fuorviante delle parole ha l’effetto, consapevole o inconsapevole, di impedire all’opinione pubblica di rendersi conto della reale situazione del paese, di disporre di una descrizione fedele e comprensibile dei nostri problemi, di prendere cognizione della necessità del cambiamento e delle opzioni razionali possibili. Tutto sembra in realtà riconducibile a un problema di vestito del re: il re è nudo, lo status quo è insostenibile e indifendibile, ma  l’opinione pubblica non lo può vedere direttamente. La visione è infatti mediata dai mezzi di comunicazione i quali, anziché contribuire correttamente alla formazione dell’opinione pubblica, avallano una rappresentazione di comodo. L‘uso improprio delle parole ha l’effetto di tessere un vestito virtuale sulla nudità  del re impedendo che i sudditi possano percepirla.
    Vi è anche un importante effetto collaterale: se si distorce la possibilità di formulare diagnosi corrette si impedisce un dibattito razionale sui rimedi regalando uno spazio enorme ai sostenitori di ricette eccentriche e impraticabili. Se si chiude l’agorà si apre il circo.

    FINANZA/ Così la Germania "rallenta" ancora le nostre imprese

    FINANZA/ Così la Germania "rallenta" ancora le nostre imprese:





    L’accusa da parte di migliaia di tedeschi, sottoposta al giudizio della Corte costituzionale tedesca, che
    sotto la gestione Draghi la Bce avesse violato lo statuto è stata disinnescata. La Corte, infatti, ha rimesso
    la questione alla giurisdizione europea pur riserv andosi un successiv o pronunciamento nazionale. La
    questione. Lo statuto della Bce vieta il ruolo di garante di ultima istanza dei debiti degli Stati e limita
    strettamente le immissioni di liquidità d’emergenza. In sintesi, la Bce non ha strumenti per gestire crisi.
    Draghi è stato abile, in particolare a fine 201 1 e nel 201 2, nell’inventare strumenti indiretti di
    garanzia e reflazione che aggirassero i limiti statutari senza violarli. Per esempio, lo statuto fornisce alla
    Bce poteri illimitati di intervento per gestire crisi bancarie. Stabilito il collegamento tra crisi di fiducia
    su alcuni debiti sovrani dell’Eurozona e crisi bancaria, per risolvere la seconda ha aperto la possibilità di
    interventi sulla prima. Lo statuto non è stato violato nella forma, e infatti l’accusa sarà respinta, ma
    nella sostanza, fortunatamente, sì.
    Qui il punto di frizione con la Germania che pretende una politica monetaria senza rischio, anche
    minimo, sul lato dell’inflazione, né di impegnare soldi fiscali tedeschi per salv ataggi europei. Venerdì
    scorso il mercato ha reagito positiv amente all’abdicazione della Corte tedesca perché ritiene che Draghi
    avrà mani più libere sia per accelerare la ripresa, via reflazione, nell’Eurozona, sia per emulare la
    funzione di garanzia dei debiti statali se ci fosse una nuov a crisi della loro affidabilità. Infatti, i titoli di
    debito italiano hanno av uto un beneficio in forma di riduzione dello spread con quelli tedeschi e la Borsa
    italiana ha av uto un buon rialzo. Ma temo che la libertà d’azione non sarà tanta. Draghi comunque
    resta condizionato da uno statuto limitante e da una componente tedesca entro la Bce che è
    costantemente di traverso.
    Infatti, senza criticare Draghi, è evidente che la Bce è in ritardo per contrastare il rischio di deflazione e
    stagnazione dell’economia reale in molte parti dell’Eurozona e, soprattutto, la restrizione del credito
    bancario, pesantissima in Italia.
    Probabilmente c’è la preoccupazione di non sfidare troppo il sentimento tedesco per non fav orire i
    nazionalisti nelle elezioni europee di maggio. Ma dev ono gli europei soffrire per rispettare l’ansietà
    tedesca, tra l’altro tecnicamente infondata?
    Un po’ è razionale per non scassare l’Europa, ma se le nostre aziende continuassero a chiudere per difetto
    della politica monetaria ciò sarebbe inaccettabile.


    martedì 4 febbraio 2014

    Superbowl: accoglienza tiepida per spot Chrysler con Bob Dylan


    NEW YORK (WSI) - Dopo Eminem e Clint Eastwood, è toccato al popolare cantautore americano Bob Dylan prestare faccia e voce per tessere le lodi della ripresa del settore automobilistico di Detroit e in particolare di Chrysler, che si è appena fusa ufficialmente con ilgruppo Fiat . 

    Lo spot è andato in onda durante il più importante evento sportivo dell'anno, il Superbowl di football americano, che ha visto la vittoria schiacciante dei Sehawks di Seattle sui Broncos di Denver.

    Anche se c'è chi ha criticato la scelta di Chrysler, che ormai "sembra farsi la concorrenza da sola" (dopo aver ingaggiato il cantante rap Eminem e il regista e attore Clint Eastwood) a sorprendere maggiormente è la presa di posizione di Dylan. Il cantante, icona del folk americano, è infatti sempre stato molto critico nei confronti della finanza, del capitalismo e dei messaggi promozionali fuorvianti del settore automobilistico.

    E invece nel video Dylan recita frasi del tipo "Lasciate che i tedeschi facciano la vostra birra, gli svizzeri i vosti orologi e che l'Asia assembli i vostri telefonini........segue

    Grillini contro la Bignardi Svelata la barbarie degli intoccabili alla Sofri

    ......... Avrà visto che c'è questa intervista in cui suo padre Vittorio Di Battista si dice orgoglioso di dichiararsi fascista, di indossare la camicia nera, di essere un camerata... Non è in imbarazzo?». «Mio padre è mio padre e io sono io», replica Di Battista. Ma la Bignardi non molla: davvero niente imbarazzo? «Siamo diversi, ma sono fiero di essere figlio di mio padre. Un uomo onesto...». Non basta. «Ma visto che lei è in politica suo padre non poteva evitare di dire di essere un fascista?». Signora mia. Alla fine, congedato Di Battista, se non fosse stato ancora chiaro, ci ha pensato Corrado Augias a esplicitare la presunta e latente accusa di continuità tra fascismo e grillismo. Ma qui siamo all'esercizio intellettuale e la barbarie diventa capziosa. Quel che invece è chiaro è che le colpe dei padri ricadono sempre sui figli. Soprattutto se stanno dalla parte sbagliata. Mentre ricordare quelle di suoceri e nonni che stanno dalla parte giusta, quella sì sarebbe vera barbarie. O no?.........................leggi tutto l' articolo 

    SPY FINANZA/ Banche, i guai di Italia, Spagna e Grecia

    SPY FINANZA/ Banche, i guai di Italia, Spagna e Grecia

    Siamo messi male, cari lettori. Sempre peggio. E non lo dice il sottoscritto ma la Bce, comunicandoci le nuove linee guida per gli stress test. Le banche europee sottoposte alla verifica dello stato patrimoniale e delle ratio per le quali emergerà una mancanza di capitale nello scenario base dovranno ricapitalizzare nel più breve termine, mentre se la carenza di capitale fosse evidenziata nello scenario avverso l’aumento di capitale potrebbe essere richiesto in un arco di tempo più esteso, sulla base di un piano concordato. È quanto ha spiegato ieri la Banca centrale europea, precisando che completerà la messa a punto della metodologia con cui verrà condotta la verifica sulla qualità degli asset in bilancio delle banche nelle prossime settimane e la renderà pubblica entro la fine di marzo.
    Il vice presidente della Bce, Vitor Constancio, ha assicurato che l’elaborazione delle metodologie è a buon punto: «Le banche stanno terminando i preparativi per una valutazione complessiva e stanno rafforzando i loro bilanci, il che è uno sviluppo che accogliamo con favore». Dunque, non solo le banche italiane hanno potuto beneficiare del regalino di Stato passato sotto il nome di decreto Imu-Bankitalia, ma adesso hanno anche l’alibi di tempi più lunghi per ricapitalizzare. Come se questo non bastasse, poi, sono stati previsti haircut su titoli di Stato in “available for sale”, ma nei paesi in cui è autorizzata la sterilizzazione della riserva negativa (come in Italia) non ci saranno impatti negativi sul capitale. Detto fatto, un altro regalino, in questo caso per Mps, la cui riserva nel terzo trimestre 2013 era ancora negativa per circa 1,4 miliardi di euro.
    Insomma, una presa in giro, questi stress test a occhio e croce li passerebbe anche la lavanderia dei Jefferson. Ma sapete qual è la verità? Provo a dirvela in parte io. Guardate il grafico a fondo pagina: ci mostra, plasticamente, l’aumento delle sofferenze del Banco Popular spagnolo. E, attenzione, a differenza delle banche italiane, quelle spagnole non calcolano gli incagli, ovvero i prestiti a rischio 
    ma con buone possibilità di essere recuperati, nella ratio dei cosiddetti non performing loans, contabilizzano quelli che ormai non hanno più speranza. Bene, da quando per legge le banche spagnole non possono più raccontare bugie, essendo state salvate con soldi europei, saltano fuori cifre interessanti: tipo che nell’ultimo trimestre, le sofferenze del Banco Popular sono salite del 19,6% rispetto ai tre mesi precedenti, arrivando a 21,2 miliardi di euro di «prestiti su cui dubitare per ragioni soggettive». Significa avere una ratio di sofferenze sul totale del 14,27%, un record assoluto. E questo con l’indice Ibex della Borsa di Madrid che correva, fino alla scorsa settimana, come un treno.
    La Bce lo sa e corre ai ripari con manovre come quella annunciata ieri. Ma soprattutto, Draghi sa ciò che io vi dico da mesi ormai: la Grecia non solo non è salva, ma sta per presentare un altro conto. Salato. Lunedì della scorsa settimana, infatti, terminato il vertice dei ministri delle Finanze dell’Ue, a Bruxelles si è tenuta una riunione segreta cui hanno partecipato funzionari di primo livello del Fmi, della Commissione europea, della Bce, dell’Ue e dei governi tedesco e francese. Motivo dell’irrituale riunione? La Grecia, appunto. Per l’esattezza, due questioni che spaventano.
    Primo, come riuscire a obbligare il governo ellenico a proseguire con riforme strutturali impopolari. Secondo, ciò di cui vi parlavo già lo scorso autunno: la necessità di 5-6 miliardi di euro per finanziare i costi dello Stato greco per la seconda metà del 2014. Soluzioni raggiunte? Nessuna.

    lunedì 3 febbraio 2014

    IL CASO/ Usciamo dall'euro, lo "dice" la nostra Costituzione

    “Lo vuole l’Europa” è diventato un mantra ormai. Qualcuno comincia tuttavia a farsi delle domande e a chiedersi, per esempio, se i trattati e le politiche economiche dell’Europa di fatto non calpestino la nostra Costituzione e se l’esserci vincolati a essi non abbia comportato il tradimento dei principi che sono alla base della nostra Repubblica. È il dubbio che si pone Luciano Barra Caracciolo, già membro del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, nel suo libro “Euro e (o?) democrazia costituzionale La convivenza impossibile tra Costituzione e trattati europei”. In questa intervista l’autore, muovendo dalla concezione di capitalismo accolta dalla nostra Costituzione, ricostruisce le ragioni storiche e gli strumenti giuridico-economici che sottostanno alla scelta della moneta unica, evidenziando le contraddizioni che sono alla base dell’attuale crisi.



    La contraddizione è radicale. La Costituzione infatti parte dall’esperienza di 150 anni di affermazione della società borghese, che pone il modello della libera iniziativa economica al centro del sistema con i problemi che ne derivano. Il problema principale è quello del conflitto sociale. Capitale e lavoro, secondo i calcoli della parte capitalista, sono entrambi assoggettabili alla legge della domanda e dell’offerta. La Costituzione ritiene invece che il lavoro, posto come fondamento, non possa essere ridotto a merce. Proprio perché alle spalle ci sono 150 anni di lotte, conflitti, sofferenze e anche grossi traumi, la Costituzione propone un modello di contemperamento che prevede il coinvolgimento dello Stato. Uno Stato che interviene ed è capace di garantire la crescita e la ridistribuzione a tutta la comunità dei vantaggi dell’iniziativa economica privata. In generale è un modello di capitalismo che è adottato in tutto il mondo, quello che nel secondo dopoguerra ha portato al trentennio della Golden Age.

    giovedì 9 gennaio 2014

    Italia, la “catastrofe” che nemmeno Draghi può evitare

    Il consiglio della Banca centrale europea si riunisce oggi e trova sul tavolo le cifre chiave per capire quel che attende l’Eurolandia in questo 2014. Eurostat ha diffuso l’altro ieri i dati sui prezzi al consumo a dicembre: la crescita media nei 17 paesi che hanno adotatto la moneta unica è stata dello 0,8%, in Italia e Spagna siamo già vicini a quota zero, esattamente 0,2% e 0,3%. La media è portata in alto dalla Germania con un modesto 1,2%, ben al di sotto dell’obiettivo fissato dalla Bce, cioè due punti percentuali l’anno. Cipro è già in territorio negativo (esattamente -2,3%), ma il grande pericolo riguarda quel che accadrà alle aspettative dei risparmiatori e degli investitori quando anche italiani e spagnoli vedranno i prezzi scendere in termini assoluti. L’abbiamo scritto più volte su queste pagine, adesso la parola deflazione campeggia sul Financial Times.....................continua

    http://www.sicilianiliberi.org/it/11-nessuna/234-ciro-lo-monte.html

    http://www.sicilianiliberi.org/it/11-nessuna/234-ciro-lo-monte.html http://www.sicilianiliberi.org/it/11-nessuna/234-ciro-lo-monte.html