martedì 21 maggio 2013
FINANZA/ Meglio la lira che le banche di Giavazzi e Alesina
FINANZA/ Meglio la lira che le banche di Giavazzi e Alesina:
Giovanni Passali
martedì 21 maggio 201 3
Ancora una tornata di dati pesantemente negativi ha caratterizzato questa settimana. Dati che tolgono
ogni speranza di ripresa a breve termine. E pure la situazione di tante banche italiane, medie e piccole,
non induce certo all’ottimismo. La recessione dell’economia reale sta erodendo anche i margini di
guadagno del sistema bancario e a soffrirne, come al solito, sono i piccoli del sistema. La produzione
industriale in continuo calo e la disoccupazione in aumento completano un quadro dell’economia
italiana a tinte fosche. In tutto ciò, la politica italiana sembra annaspare appresso a risultati modesti o
di ripiego. Intendiamoci: togliere l’Imu è uno strumento per ridare fiato alle finanze delle famiglie
italiane. Sicuramente è un passaggio utile, specie in un’economia depressa da troppe tasse. Ma un
passaggio del genere non crea un solo posto di lav oro in maniera diretta. Può crearlo indirettamente,
perché maggiore liquidità in mano alle famiglie v uol dire maggiore capacità di spesa, e quindi consumi
che riprendono e aziende che ricominciano a fare fatturato e, forse, alla fine, riprendono ad assumere.
Ma è chiaro che ci v uole ben altro. Ci v orrebbe un’economia in ripresa, e ci v orrebbe una ripresa
sostenuta e durev ole.
Niente di tutto questo c’è all’orizzonte, tranne un affannarsi dietro a proposte modeste (l’Imu è una
faccenda di pochi miliardi, alla fine) o proposte che, per fortuna solo sulla carta, non possono reggere il
confronto con la più semplice analisi logica. Al limite, possono mostrare tutta l’inconsistenza
dell’ideologia modernista e relativista, che alla prima seria crisi internazionale ha mostrato la
consistenza della neve al sole. Un esempio è dato dall’editoriale di Alesina e Giavazzi apparso come
editoriale su Il Corriere della Sera di venerdì 17 (sarà stato il numero a portare sfortuna?).
Inizialmente sembrano aver apprezzato il ministro Saccomanni per aver rispettato l’impegno preso da
Monti di contenere il rapporto deficit/Pil entro il 3% (dovrebbe essere al 2,9%, un successo
insignificante) e quindi preparandosi a far chiudere dalla Commissione europea la procedura di
infrazione che era stata aperta proprio per deficit eccessiv o. Ma sostanzialmente, nel prosieguo
dell’articolo, lo accusano di avere il “braccino corto” (come si dice nel tennis, quando un giocatore gioca
piano per timore dell’avversario), di osare poco. Commentano che, con un deficit al 2,9% e la possibilità
di arrivare al 3%, il margine per spendere (per investimenti produttivi) o per ridurre le imposte è
pressoché nullo. E se non si torna a spendere, o a far pesare meno il fisco sull’economia, la ripresa non
arriverà mai.
Già a questo punto si può fare una riflessione interessante. Ifautori del libero mercato che, di fatto, a
denti stretti, sono costretti ad ammettere di aver bisogno dello Stato per far andare avanti la baracca.
Un’ammissione di una certa gravità, in un impianto teorico secondo il quale meno lo Stato è presente, e
meglio è per tutti: questa è la dottrina dominante, soprattutto in campo economico, dai tempi di
Thatcher e Reagan in poi, fino ai giorni nostri. Ed ecco la loro brillante proposta. Si tratta di un bel piano
da 50 miliardi. Una strategia che preveda, oltre a togliere l’Imu, una forte riduzione delle imposte sul
lav oro, abbassando la pressione fiscale di circa tre punti di Pil. Allo stesso tempo, una riduzione delle
spese dello Stato pari a un punto di Pil all’anno per tre anni, in modo da coprire progressivamente la
precedente riduzione delle imposte.
Anche qui si può commentare facilmente, prima di andare avanti nella loro proposta: se lo Stato prima
concede un maggiore spazio finanziario all’economia reale (abbassando le tasse) e poi toglie quello stesso
spazio (diminuendo le proprie spese), cosa sarà cambiato alla fine? Avete capito bene: avremo fatto un
altro giro di giostra, e poi avremo di nuov o calo del Pil, disoccupazione in crescita, crollo della produzione..............
lunedì 13 maggio 2013
FINANZA/ La "balla" che ci tiene ancora prigionieri dell’euro
FINANZA/ La "balla" che ci tiene ancora prigionieri dell’euro:
lunedì 1 3 maggio 201 3
“Folle chi pensa di poter fare ameno dell’Euro. L’uscita dall’Euro per l’Italia potrebbe rappresentare un
calo del Pil del 30%. Sarebbe come fare un passo indietro di 20 o 30 anni”. Queste sono state le parole del
presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, in occasione di un incontro dedicato all’Europa sv oltosi
all’Università Bocconi di Milano. Ci sarebbe da chiedersi dove abbia preso tanta scienza. Lo ha detto lo
stesso Squinzi, confermando l’esattezza delle cifre: “Questa è una elaborazione del centro studi
Confindustria”. Andiamo bene! Viene il sospetto che tali studi tengano conto degli interessi prevalenti
dei grossi gruppi industriali presenti all’interno di Confindustria, piuttosto che della totalità delle
imprese, che in Italia sono prevalentemente medie e piccole. Ai grossi gruppi industriali, l’euro fa
sicuramente comodo, soprattutto se questo aiuta i loro fatturati sulla pelle delle piccole imprese. Ma non
sembra si tenga molto in conto il benessere del popolo intero. Perché le cifre in tal senso raccontano tutta
un’altra storia.
Anzitutto, di fronte alla crisi internazionale, ormai è evidente che l’euro non ha costituito un valido
baluardo, né una difesa. Anzi, proprio l’Euro, con le rigidità tipiche di una moneta unica imposta su
un’area così vasta, ha ovviamente fav orito i più forti e reso più fragili i più deboli. Cioè l’Euro ha
amplificato i problemi e ha diffuso su tutti le proprie intrinseche fragilità. Ma lasciamo da parte un
momento giudizi pure ovvi. Cerchiamo di far parlare i numeri.
Il grafico a fondo pagina viene da sito ufficiale (Statistical Data Warehouse) della Banca Centrale
Europea, e le due linee del grafico rappresentano la variazione di Pil dei 17 paesi che utilizzano l’Euro
(linea rossa) e e quella dei 27 paesi che sono nell’Unione europea ma non utilizzano l’Euro, poiché hanno
ancora la loro moneta nazionale. Come si vede chiaramente dal grafico, la linea rossa è costantemente
sotto (tranne rare eccezioni) la linea blu. In altre parole, i paesi periferici dell’Unione europea sono
cresciuti più di quei paesi che invece hanno adottato l’Euro. E la differenza, già presente quando c’era il
“serpentone” monetario, cioè la fascia di oscillazione ristretta tra i cambi monetari, diventa marcata
dall’introduzione della moneta unica nel 2001. E una differenza costante, che si mantiene nel tempo,
v uol dire un divario che aumenta sempre più. Questo dicono i numeri ufficiali, pubblicati dalla Banca
centrale europea, non le chiacchiere.
Poi sarebbe utile sapere in base a quali ipotesi il Pil dovrebbe calare del 30%. Ragioniamo un attimo: la
moneta non dovrebbe essere uno strumento neutro di misura del valore? Il valore non dovrebbe essere
quello dei beni, quello della produzione reale di beni e servizi? Allora, perché, cambiando moneta, il
valore di tali beni dovrebbe calare del 30%? Perché mai la qualità dei prodotti o la loro appetibilità sul
mercato dovrebbe calare del 30%? Prima di lanciarsi in tali ardite affermazioni (“il Pil calerebbe del
30%”), bisognerebbe almeno avere l’umiltà di imparare qualcosa dalla storia. E senza andare
lontanissimo nel tempo e nello spazio, si potrebbe ricordare quello che è stato della cosiddetta “unione
monetaria latina”.....................................
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http://www.sicilianiliberi.org/it/11-nessuna/234-ciro-lo-monte.html
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