giovedì 21 novembre 2013

Movimenti/ Le “Pmi che resistono” ora passano alla serrata

di Claudio Del Frate
Anche le imprese, nel loro piccolo, si sono stancate di resistere. E così, il popolo delle partite Iva, dei commercianti, degli artigiani, di fronte all’immobilismo della politica, decide di compire il passo mai fatto prima: la serrata.
Il 27 novembre, per 4 ore, dalle 8 alle 12, chi aderirà alla protesta abbasserà la saracinesca dell’azienda, non risponderà né a telefonate e non invierà mail, paralizzerà per quanto gli sarà possibile la produzione e si farà vedere nelle strade e nelle piazze.
L’inedito sciopero degli imprenditori è stato organizzato da “Imprese che resistono” sigla manifestatasi al mondo nel 2009 quando i “piccoli”, gli “invisibili” dell’economia italiana decisero di rendere pubblicaattraverso assemblee spontanee da un lato la loro rabbia ma dall’altro la loro voglia di continuare a mandare avanti l’attività.
“Ma non vorremmo che perseverando in questo atteggiamento il governo si convincesse che, crisi o non crisi, noi continueremo comunque a lavorare e a far finta che tutto sta andando bene”: Luca Peotta, portavoce di “Imprese che resistono” così sintetizza il pensiero che ha indotto lui e i suoi colleghi a varcare il Rubicone. Fino a ieri erano 4.100 i soggetti che avevano espresso dichiaratamente adesione alla serrata “ma il passaparola sta funzionando e contiamo che se scioperassimo oggi, la partecipazione sarebbe almeno doppia”.
“Lo Stato è il padre di famiglia che non si rende conto in che condizioni ha ridotto i suoi figli, cioè noi, il nostro mondo è in ginocchio e dalla politica non arrivano le decisioni in grado di far ripartire l’economia” prosegue Peotta.............................................................................continua

giovedì 3 ottobre 2013

Obiettivi di bilancio missione impossibile

Obiettivi di bilancio missione impossibile

 ROMA (WSI) - Rispettare gli impegni di bilancio assunti in Europa è diventata una missione impossibile per l’Italia. La mole delle misure di austerità rende infatti irraggiungibili gli obiettivi per il rientro del rapporto tra deficit e crescita, dal momento che a medio termine provoca un calo del Pil decisamente maggiore della riduzione dei disavanzi pubblici. Il tutto mentre l’intricata matassa politica rischia di impedire l’approvazione della legge di stabilità. Il tempo stringe: il 15 ottobre è la data ultima per presentare all’Europa la manovra finanziaria, che ha il compito di definire la politica economica in vista del 2014. Insomma, la situazione non può che peggiorare.

martedì 3 settembre 2013

MICHELE, UNA TOSCANA DA SOGNO E UN LAVORO “DI VINO” – lo Straniero

MICHELE, UNA TOSCANA DA SOGNO E UN LAVORO “DI VINO” – lo Straniero:

............................Nel frattempo Michele e Lucia mettevano su una piccola azienda agricola producendo buon vino, pian piano sempre migliore. Infine eccellente.
Oggi vantano vini come il Costa di Giulia, il Bolgheri rosso e rosato, il Cavaliere, i Castagni, il Piastraia, il Giovin Re, il Diambra bianco (ognuno dei quali è una vigna), che non solo deliziano i palati degli inquilini della Casa Bianca, ma che portano Michele Satta ai quattro angoli del mondo: da Hong Kong a Parigi, dal Canada alla metropoli siberiana di Novosibirsk, alla Cina dove i “nuovi ricchi” sfoggiano come status symbol i migliori vini italiani.
Arrivo alla cantina di Michele, scavata nella roccia, aperta anche durante la vendemmia, e mi accorgo che è un via vai di tedeschi, polacchi, americani.
C’entrano come si entra in una cripta, sono affascinati dal religioso silenzio delle botti e dei tini, dal profumo di mosto, ma soprattutto ammaliati dagli assaggi dei vini che poi comprano.
Quello che colpisce di Michele è l’allegria. Oggi certo per la festa che è la vendemmia (ogni giorno si controllano le diverse uve, in ogni vigna, e si calibra il momento giusto per ogni tipo di vino).
Ma lui sorride sempre, anche quando mi racconta – amareggiato – che un’azienda come la sua, che in qualunque altro paese sarebbe ritenuta un gioiellino, deve lottare di continuo per sopravvivere e per crescere.
“Perché, a parte le tasse opprimenti e la crisi economica, il sistema bancario, se hai piccole dimensioni, neanche ti considera” dice Satta. “La burocrazia ti crea problemi colossali per ogni piccolo investimento sulla cantina. Poi le leggi sul lavoro che non ti permettono di assumere e far lavorare secondo i tempi delle campagne. Questa è una mentalità sovietica, che distrugge il lavoro, la ricchezza, che manda tutto in malora..............

venerdì 16 agosto 2013

DRAGHI INIETTA FIDUCIA CON LE CHIACCHIERE, BERNANKE CON SOLDI FINTI - LE BORSE SE LI BEVONO, MA LA CRESCITA VERA È UN MIRAGGIO


DRAGHI INIETTA FIDUCIA CON LE CHIACCHIERE, BERNANKE CON SOLDI FINTI - LE BORSE SE LI BEVONO, MA LA CRESCITA VERA È UN MIRAGGIO


11 AGO 2013 17:36

Non esiste più la politica economica, è solo questione di comunicazione. Lo scopo è convincere che se la ripresa è alle porte, allora ripartono pure credito, consumi e investimenti - Ma se anche arrivasse la crescita in Italia, ci vorranno anni per trasformarla in benessere diffuso…

Alessandro Penati per "la Repubblica"
La politica economica è diventata una questione di comunicazione. La Fed ha creato un'aspettativa continua di quantitative easing, con l'obiettivo di iniettare fiducia; la Borsa, più sensibile agli umori, sale, creando un effetto ricchezza; la gente, sentendosi più ricca dovrebbe consumare di più e le imprese tornare a investire. Ma se Wall Street ha messo a segno una forte crescita, credito, consumo e investimenti languono.
La Fed ha fatto però proseliti. Per mettere fine al "ventennio perduto", Abe ha annunciato una rivoluzione della politica economica giapponese, mandando il Nikkei alle stelle; anche se per ora si è vista solo una svalutazione dello Yen vecchio stile; e la Borsa ha ricominciato a oscillare.
Anche Draghi ha sposato l'approccio mediatico. Prima con l'annuncio degli acquisti sul mercato di titoli di Stato per difendere l'euro "a qualunque costo" (anche se non ha mai specificato quando e come interverrebbe): una sfida al mercato a "vedere" le carte; il mercato ha passato; Draghi ha vinto la mano e lo spread è sceso. Adesso rilancia con "la ripresa è dietro l'angolo", lasciando a Saccomanni l'onore dell'anticipazione.
Lo scopo è convincere che se la crescita è alle porte, la crisi è finita, il debito pubblico diventa sostenibile, il rischio paese e lo spread spariscono, e la riduzione dei tassi rilancia credito, consumi e investimenti.
Se la ripresa è dietro l'angolo, l'angolo però non si vede. Il credito è un indicatore sensibile al ciclo economico. Ma il credito non si sta espandendo, e addirittura continua a contrarsi (-2% alle imprese dell'Eurozona a giugno, -4% in Italia). È la stessa politica della Bce ad aggravare il problema: la Fed ha acquistato attività finanziarie sul mercato, prevalentemente dalle famiglie, iniettando moneta direttamente nel settore privato; la Bce lo ha fatto in quantità analoga alla Fed (tolto oro e valute, 19% del Pil, rispetto al 21% della Fed), ma dalle banche.
E' uno scambio di attività col sistema bancario, che lo tiene artificialmente a galla. In Italia, prima di parlare di ripresa, bisognerebbe capire come le banche rimborseranno 250 miliardi alla Bce a fine 2014 e quando cominceranno a collocare sul mercato i 400 miliardi di titoli di Stato in portafoglio.
È vero che molti indicatori ciclici e di fiducia sono migliorati. Ma gran parte di questi non hanno valore previsivo: forniscono la rappresentazione di uno stato, confrontato con quello immediatamente precedente. Le imprese hanno tagliato gli investimenti e le famiglie i consumi per adeguarsi alle peggiori prospettive. Il fatto che abbiano rallentato o smesso di tagliare è un miglioramento, ma non implica che domani staremo meglio. Infatti gli utili attesi delle imprese europee vengono continuamente rivisti al ribasso. E mentre Draghi annuncia la ripresa, la stessa Bce ha appena ridotto le stime per l'Eurozona sia per quest'anno, che il prossimo (a un misero 0,9%).
Compiacersi perché abbiamo rallentato la caduta, o l'abbiamo fermata, ma rimaniamo a terra, pur sopravvissuti allo schianto, significa aver perso di vista il problema: l'Europa ha subìto contemporaneamente il peggior episodio di doppia recessione e il più lungo periodo di contrazione visti nel dopoguerra. Non se ne esce con la politica degli annunci. Come negli altri casi, mi sembra rivolta a condizionare i mercati; ma che crea soltanto l'illusione di poter risolvere i problemi economici sottostanti.
Se anche arrivasse la crescita in Italia, non si trasformerebbe in benessere diffuso ancora per anni. La crisi del debito italiano (di Stato e banche) è una crisi del debito collocato all'estero negli anni dell'euro: gli stranieri non ne vogliono di nuovo, né vogliono rifinanziare il vecchio. Così l'Italia deve accumulare avanzi delle partire correnti per esportare il risparmio necessario a riassorbirlo. E poiché non può svalutare, deve tirare la cinghia, ovvero vendere all'estero il più possibile di quanto produce.
L'Italia ha raggiunto il pareggio della partite correnti non grazie alle esportazioni, piatte nel primo trimestre, ma a una caduta media del 7% delle importazioni in sei trimestri consecutivi. Il Pil potrà anche crescere grazie alle esportazioni, ma dato l'avanzo con l'estero che bisognerà accumulare e mantenere è illusorio pensare si traduca in una decisa inversione dei consumi e degli investimenti in un futuro ragionevolmente prossimo.


martedì 9 luglio 2013

Perché l’Italia va in rovina – il Blog di Marcello Foa

     Non è previsto che si verifichi se il modello economico-finanziario adottato sia stato confermato oppure confutato dai fatti e se e le ricette prescritte abbiano avuto gli effetti promessi oppure siano state smentite. Quello che conta è il rapporto di approvazione-disapprovazione con l’Autorità, non di successo-insuccesso con la realtà.

La visione scientifica e laica è opposta: non esiste alcuna Autorità a priori (al di sopra dei fatti), invece si mettono a confronto i diversi modelli economico-finanziari delle diverse scuole, e si controlla, nel breve, medio e lungo periodo, le conferme e le smentite che i dati di fatto hanno dato a ciascun modello.


Perché l’Italia va in rovina – il Blog di Marcello Foa:


giovedì 20 giugno 2013

Chi è nell’euro perde lavoro. Volete la prova? Eccola… – il Blog di Marcello Foa

Chi è nell’euro perde lavoro. Volete la prova? Eccola… – il Blog di Marcello Foa:

'Secondo le cifre diffuse alcuni giorni fa e di cui ben pochi hanno parlato in Europa, i 19 Paesi dove l’occupazione è tornata sopra i livelli prima della crisi dei mutui subprime del 2008 sono:
Argentina, Turchia, Ungheria, Repubblica Dominicana, Malta, Romania, Armenia, Brasile, Cile, Lussemburgo, Germania, Colombia, Israele, Uruguay, Perù, Russia, Svizzera, Kazakistan, Thailandia.
I Paesi che l’Organizzazione internazionale del lavoro considera in continuo declino sono:
Giordania, Croazia, Grecia, Spagna, Italia, Marocco, Sri Lanka, Belgio, Portogallo,SlovacchiaFrancia, Irlanda, Slovenia, Giamaica, Finlandia, Cipro, Giappone, Danimarca, Olanda, Australia, Nuova Zelanda, Norvegia.
Poi c’è l’Austria che rientra nella categoria dei Paesi in miglioramento ma sotto i livelli pre-crisi.......continua sul Blog di Marcello Foa

martedì 21 maggio 2013

FINANZA/ Meglio la lira che le banche di Giavazzi e Alesina



FINANZA/ Meglio la lira che le banche di Giavazzi e Alesina:






Giovanni Passali

martedì 21 maggio 201 3

Ancora una tornata di dati pesantemente negativi ha caratterizzato questa settimana. Dati che tolgono

ogni speranza di ripresa a breve termine. E pure la situazione di tante banche italiane, medie e piccole,

non induce certo all’ottimismo. La recessione dell’economia reale sta erodendo anche i margini di

guadagno del sistema bancario e a soffrirne, come al solito, sono i piccoli del sistema. La produzione

industriale in continuo calo e la disoccupazione in aumento completano un quadro dell’economia

italiana a tinte fosche. In tutto ciò, la politica italiana sembra annaspare appresso a risultati modesti o

di ripiego. Intendiamoci: togliere l’Imu è uno strumento per ridare fiato alle finanze delle famiglie

italiane. Sicuramente è un passaggio utile, specie in un’economia depressa da troppe tasse. Ma un

passaggio del genere non crea un solo posto di lav oro in maniera diretta. Può crearlo indirettamente,

perché maggiore liquidità in mano alle famiglie v uol dire maggiore capacità di spesa, e quindi consumi

che riprendono e aziende che ricominciano a fare fatturato e, forse, alla fine, riprendono ad assumere.

Ma è chiaro che ci v uole ben altro. Ci v orrebbe un’economia in ripresa, e ci v orrebbe una ripresa

sostenuta e durev ole.

Niente di tutto questo c’è all’orizzonte, tranne un affannarsi dietro a proposte modeste (l’Imu è una

faccenda di pochi miliardi, alla fine) o proposte che, per fortuna solo sulla carta, non possono reggere il

confronto con la più semplice analisi logica. Al limite, possono mostrare tutta l’inconsistenza

dell’ideologia modernista e relativista, che alla prima seria crisi internazionale ha mostrato la

consistenza della neve al sole. Un esempio è dato dall’editoriale di Alesina e Giavazzi apparso come

editoriale su Il Corriere della Sera di venerdì 17 (sarà stato il numero a portare sfortuna?).

Inizialmente sembrano aver apprezzato il ministro Saccomanni per aver rispettato l’impegno preso da

Monti di contenere il rapporto deficit/Pil entro il 3% (dovrebbe essere al 2,9%, un successo

insignificante) e quindi preparandosi a far chiudere dalla Commissione europea la procedura di

infrazione che era stata aperta proprio per deficit eccessiv o. Ma sostanzialmente, nel prosieguo

dell’articolo, lo accusano di avere il “braccino corto” (come si dice nel tennis, quando un giocatore gioca

piano per timore dell’avversario), di osare poco. Commentano che, con un deficit al 2,9% e la possibilità

di arrivare al 3%, il margine per spendere (per investimenti produttivi) o per ridurre le imposte è

pressoché nullo. E se non si torna a spendere, o a far pesare meno il fisco sull’economia, la ripresa non

arriverà mai.

Già a questo punto si può fare una riflessione interessante. Ifautori del libero mercato che, di fatto, a

denti stretti, sono costretti ad ammettere di aver bisogno dello Stato per far andare avanti la baracca.

Un’ammissione di una certa gravità, in un impianto teorico secondo il quale meno lo Stato è presente, e

meglio è per tutti: questa è la dottrina dominante, soprattutto in campo economico, dai tempi di

Thatcher e Reagan in poi, fino ai giorni nostri. Ed ecco la loro brillante proposta. Si tratta di un bel piano

da 50 miliardi. Una strategia che preveda, oltre a togliere l’Imu, una forte riduzione delle imposte sul

lav oro, abbassando la pressione fiscale di circa tre punti di Pil. Allo stesso tempo, una riduzione delle

spese dello Stato pari a un punto di Pil all’anno per tre anni, in modo da coprire progressivamente la

precedente riduzione delle imposte.

Anche qui si può commentare facilmente, prima di andare avanti nella loro proposta: se lo Stato prima

concede un maggiore spazio finanziario all’economia reale (abbassando le tasse) e poi toglie quello stesso

spazio (diminuendo le proprie spese), cosa sarà cambiato alla fine? Avete capito bene: avremo fatto un

altro giro di giostra, e poi avremo di nuov o calo del Pil, disoccupazione in crescita, crollo della produzione..............

lunedì 13 maggio 2013

FINANZA/ La "balla" che ci tiene ancora prigionieri dell’euro



FINANZA/ La "balla" che ci tiene ancora prigionieri dell’euro:






lunedì 1 3 maggio 201 3

“Folle chi pensa di poter fare ameno dell’Euro. L’uscita dall’Euro per l’Italia potrebbe rappresentare un

calo del Pil del 30%. Sarebbe come fare un passo indietro di 20 o 30 anni”. Queste sono state le parole del

presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, in occasione di un incontro dedicato all’Europa sv oltosi

all’Università Bocconi di Milano. Ci sarebbe da chiedersi dove abbia preso tanta scienza. Lo ha detto lo

stesso Squinzi, confermando l’esattezza delle cifre: “Questa è una elaborazione del centro studi

Confindustria”. Andiamo bene! Viene il sospetto che tali studi tengano conto degli interessi prevalenti

dei grossi gruppi industriali presenti all’interno di Confindustria, piuttosto che della totalità delle

imprese, che in Italia sono prevalentemente medie e piccole. Ai grossi gruppi industriali, l’euro fa

sicuramente comodo, soprattutto se questo aiuta i loro fatturati sulla pelle delle piccole imprese. Ma non

sembra si tenga molto in conto il benessere del popolo intero. Perché le cifre in tal senso raccontano tutta

un’altra storia.

Anzitutto, di fronte alla crisi internazionale, ormai è evidente che l’euro non ha costituito un valido

baluardo, né una difesa. Anzi, proprio l’Euro, con le rigidità tipiche di una moneta unica imposta su

un’area così vasta, ha ovviamente fav orito i più forti e reso più fragili i più deboli. Cioè l’Euro ha

amplificato i problemi e ha diffuso su tutti le proprie intrinseche fragilità. Ma lasciamo da parte un

momento giudizi pure ovvi. Cerchiamo di far parlare i numeri.

Il grafico a fondo pagina viene da sito ufficiale (Statistical Data Warehouse) della Banca Centrale

Europea, e le due linee del grafico rappresentano la variazione di Pil dei 17 paesi che utilizzano l’Euro

(linea rossa) e e quella dei 27 paesi che sono nell’Unione europea ma non utilizzano l’Euro, poiché hanno

ancora la loro moneta nazionale. Come si vede chiaramente dal grafico, la linea rossa è costantemente

sotto (tranne rare eccezioni) la linea blu. In altre parole, i paesi periferici dell’Unione europea sono

cresciuti più di quei paesi che invece hanno adottato l’Euro. E la differenza, già presente quando c’era il

“serpentone” monetario, cioè la fascia di oscillazione ristretta tra i cambi monetari, diventa marcata

dall’introduzione della moneta unica nel 2001. E una differenza costante, che si mantiene nel tempo,

v uol dire un divario che aumenta sempre più. Questo dicono i numeri ufficiali, pubblicati dalla Banca

centrale europea, non le chiacchiere.

Poi sarebbe utile sapere in base a quali ipotesi il Pil dovrebbe calare del 30%. Ragioniamo un attimo: la

moneta non dovrebbe essere uno strumento neutro di misura del valore? Il valore non dovrebbe essere

quello dei beni, quello della produzione reale di beni e servizi? Allora, perché, cambiando moneta, il

valore di tali beni dovrebbe calare del 30%? Perché mai la qualità dei prodotti o la loro appetibilità sul

mercato dovrebbe calare del 30%? Prima di lanciarsi in tali ardite affermazioni (“il Pil calerebbe del

30%”), bisognerebbe almeno avere l’umiltà di imparare qualcosa dalla storia. E senza andare

lontanissimo nel tempo e nello spazio, si potrebbe ricordare quello che è stato della cosiddetta “unione

monetaria latina”.....................................

lunedì 8 aprile 2013

FINANZA/ 1. L’euro "distrugge" l’Italia, ecco le prove

FINANZA/ 1. L’euro "distrugge" l’Italia, ecco le prove:
Giovanni Passali
domenica 7 aprile 201 3
Nonostante l'avanzare della crisi e le evidenti responsabilità di chi ha v oluto una costruzione europea
così mal fatta, ogni tanto continuano a emergere v oci che difendono l'indifendibile euro. Uno degli
ultimi esempi è l'articolo recentemente apparso su queste pagine a firma del professor Solari, docente
universitario e consulente sulle tematiche delle risorse umane. L'articolo è interessante perché raccoglie
e mette in ordine tutti i più diffusi luoghi comuni a fav ore dell'euro, quegli stessi luoghi comuni che gli
ideologi interessati della finanza europea ci hanno propinato negli ultimi trent'anni, tanto da costruire
un sistema dogmatico quasi inviolabile: chi osava contraddirlo veniva tacciato di ignoranza e
culturalmente ghettizzato.
La cosa che sconcerta è che la stessa minestra ci venga propinata ancora oggi, nonostante il fallimento
del progetto euro, nonostante l'evidenza della crisi, nonostante i numeri e i dati siano lì a raccontarci
come stanno le cose. Allora, come utile esercizio e come antidoto a non berci più acriticamente tutto
quello che gli esperti (o presunti tali) ci propinano, iniziamo a scorrere il senso logico di quell'articolo,
confrontando man mano le argomentazioni proposte con i dati ufficiali e con la storia della crisi attuale
(perché, essendo iniziata nel 2007, ormai una piccola storia si può raccontare).
L'articolo inizia con la considerazione che “in questo momento, l’opinione pubblica sembra virare
pesantemente verso una spiegazione monolitica dei problemi del Paese: è colpa dell’euro. In verità,
questa affermazione si declina di v olta in v olta in modo specifico. Quindi, diventa colpa dei tedeschi e
della Germania. Oppure si orienta a incolpare le banche d’affari e i presunti comitati segreti”. Ma c'è
una piccolissima omissione, una cosa forse non trascurabile: per circa dieci anni (1 992-2001) ci hanno
preparato all'avvento dell'euro, per oltre sei anni (2001-2007) abbiamo vissuto con l'euro e in questo
lasso di tempo l'opinione pubblica si è bev uta tutte le opinioni e i pareri degli esperti che più spesso
comparivano sui media, col risultato di essere stata sempre a stragrande maggioranza a fav ore
dell'euro. Da quando ha iniziato a cambiare opinione? Da quando c'è la crisi, ovviamente. Perché tutti
avevano sempre detto che grazie all'euro saremmo stati protetti dalle crisi, e ora invece l'euro sembra
avere ingigantito una crisi che poteva essere tenuta sotto controllo.
Il comportamento ondivago, incerto, ambiguo rispetto agli obiettivi che si era data la Banca centrale
europea non ha fatto che confermare e rafforzare il sentimento di diffidenza della popolazione che ha
sofferto e continua a soffrire duramente per i morsi di una crisi di cui non si vede la fine. Il fallimento
della scienza economica ufficiale, quella al potere, quella dominante nelle riunioni delle principali
banche centrali del mondo e delle principali organizzazioni mondiali come il Fmi, è stato riconosciuto,
ufficializzato, dichiarato apertamente. In un incontro di economisti organizzato dal Fmi nel 2011, il
premio Nobel Joseph Stiglitz ha affermato che “non includere la finanza nei modelli macroeconomici è
stato uno dei fallimenti più clamorosi. I nostri modelli semplicemente non ritraevano quello che stava
succedendo”.
Di fronte a questo fallimento dichiarato, cosa hanno fatto le istituzioni europee? Hanno forse cambiato
direzione? Hanno riformato la finanza? Hanno sostenuto l'economia reale? Niente di tutto questo, come è
noto. Anzi, sempre nel 2011 il Financial Stability Board (che poi verrà presieduto da Draghi, prima di
diventare Governatore della Bce) avvisava della nuova eccessiva esposizione del sistema bancario verso
nuovi prodotti finanziari sintetici chiamati Etf. E di fronte alla crisi di numerose banche, per impedire
che si diffondesse il contagio, cosa ha fatto la Bce? Ha stampato euro, in particolare tra la fine del 2011 e
l'inizio del 201 2: circa 1 000 miliardi di euro per proteggere gli investimenti sbagliati del sistema
bancario. E per l'economia reale? Per le imprese? Per i servizi sociali? Tagli, solo tagli. E ci si meraviglia
se “l'opinione pubblica... si orienta a incolpare le banche d'affari”?
Ma proseguiamo con le tesi dell'articolo in questione: “In primo luogo, va ricordato che il progresso verso…..is'

venerdì 29 marzo 2013

ESCLUSIVO/ Il giallo dei soldi dati dalla Bce a Cipro

ESCLUSIVO/ Il giallo dei soldi dati dalla Bce a Cipro:


Mauro Bottarelli
venerdì 29 marzo 201 3
Dunque, ora che a Cipro le banche hanno riaperto - anche se con vincoli di controllo sul capitale in grado
di scongiurare una bank-run e con guardie armate a difesa degli sportelli - ci tocca porre un’altra
domanda e dare un’altra risposta al giallo di Nicosia: chi sapeva in anticipo che l’Ue avrebbe rotto il
tabù della libera circolazione dei capitali e dell’intangibilità bancaria? Chi era a conoscenza del fatto che
il “modello Cipro” si sarebbe basato sul bail-in, ovvero far pagare le ristrutturazioni bancarie anche ai
correntisti? Qualcuno di certo. Lo prova il grafico a fondo pagina reso noto ieri dalla Bce: nel mese di
febbraio, quando quello cipriota continuava a essere un non problema per tutti - Ue, Bce stessa, Fmi,
analisti finanziari - e l’indice Dow Jones sfondava record su record, dalle casse delle banche cipriote è
stato prelevato e spostato l’ammontare massimo degli ultimi tre anni. Una coincidenza fortuita?
Difficile pensarlo, visto poi che l’ammontare è quasi equamente diviso tra componente retail e
corporate, ovvero privati cittadini e aziende.
Insomma, a un mese dal golpe della Troika, qualcuno ha drizzato le antenne e pensato bene di mettere in
salv o i suoi soldi. Russi? Inglesi? Difficile, viste le reazioni dei rispettivi governi alle decisione
dell’haircut e al preliev o di massa della scorsa settimana tramite filiali russe e londinesi. Magari di
nazionalità molto familiare con le questioni europee? Ecco, già più probabile. E qui inizia il vero giallo,
almeno a mio modo di vedere.
Nel primo pomeriggio di ieri, Twitter era impazzito rilanciando in continuazione la notizia, riportata
per prima dalla versione on line del quotidiano tedesco Handelsblatt, in base alla quale la Bundesbank
avrebbe fornito liquidità per 5 miliardi alla Banca centrale di Cipro. Immediate sono fiorite le teorie più
strampalate, visto che circolava anche una foto notturna di camion in coda, i quali sarebbero stati pieni
dei soldi tedeschi per Nicosia. Ma perché mai la Bundesbank, notoriamente “falco” quando si tratta di
salvataggi, dovrebbe prestare soldi a Cipro? E in quali termini?
È bastata una mail all’ufficio stampa della Bundesbank per avere la versione reale dei fatti. A mia
domanda, infatti, Ute Bremers rispondeva quanto segue: «Vorrei correggere la notizia. I soldi che sono
stati forniti alla Banca centrale di Cipro provengono dalle riserve della Bce, erano semplicemente
stoccati presso la Bundesbank precedentemente. Per ogni altra domanda riguardante questo argomento,
la prego di riv olgersi ai miei colleghi della Bce». Ed è ciò che ho fatto. Alle 17.1 8 inviav o una mail
all’ufficio stampa della Bce, da cui mi giungeva risposta alla 17.38: mi si chiedeva scusa perché tutti gli
addetti dell’ufficio erano già andati via (alle 17.38 e in pieno bailamme finanziario? Poi sono gli italiani
che lav orano poco e suonano il mandolino) ,ma mi si forniva gentilmente il numero di cellulare di Niels
Bunemann, capo del dipartimento stampa.................................continua http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/3/29/ESCLUSIVO-Il-giallo-dei-soldi-dati-dalla-Bce-a-Cipro/378182/

giovedì 28 marzo 2013

ADDIO EURO/ Bagnai: come uscirne (senza danni) per non farsi rapinare dall'Europa

ADDIO EURO/ Bagnai: come uscirne (senza danni) per non farsi rapinare dall'Europa:
.....Cosa risponde a tutti coloro che si dicono convinti che un’eventuale uscita dall’euro rappresenterebbe un vero e proprio disastro per l’Italia?

Rispondo che sono poco documentati. Disponiamo di tantissimi studi che testimoniano il fatto che non avremmo svalutazioni catastrofiche, ma dell’ordine di quelle già sperimentate con la lira nel 1992 o con l’euro tra il 1999 e il 2001. Rispondo inoltre che non avremmo necessariamente un default del debito pubblico, come per altro non c’è stato nel ’92, ma che anzi, riacquistando la nostra sovranità monetaria saremmo in grado di finanziare il debito pubblico a tassi più bassi. Rispondo poi che abbiamo una quantità di esempi sterminati nei quali si è potuto dimostrare che, adottando un tasso di cambio più allineato con i fondamentali, invece di trovarci di fronte a imprese che chiudono in continuazione avremmo un’economia che finalmente gira. Probabilmente avremmo anche un moderato aumento dei prezzi, ma è una conseguenza con cui si può assolutamente convivere......

martedì 5 marzo 2013

Imprese agonizzanti strette nella morsa della pressione fiscale - QdS.it

Imprese agonizzanti strette nella morsa della pressione fiscale - QdS.it

PALERMO - Piove sul bagnato. Qualche giorno fa, il sondaggio pubblicato dal Centro Studi Unimpresa, condotto su 130 mila associati, aveva evidenziato un dato drammatico: 3 aziende su 5 si indebitano per pagare le tasse. Oggi, Unimpresa parla del 2012 come di “un anno da dimenticare per il credito alle imprese ed alle famiglie”. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Studi Unimpresa elaborato su dati forniti dalla Banca d’Italia, infatti, i prestiti sono precipitati da 894 miliardi a 864,6 miliardi facendo registrare una contrazione di 29,4 miliardi (-3,3%). Guardando alla durata dei finanziamenti, sono diminuiti sia quelli a breve periodo (da 337,5 miliardi a 331 miliardi con un calo di 6,4 miliardi pari a -1,9%) sia quelli a lungo periodo (da 416,8 miliardi a 405,7 miliardi con un calo di 11 miliardi pari a -2,7%). Il segnale più preoccupante arriva dai crediti a medio periodo, dove il crollo è letteralmente vertiginoso: da 139,6 miliardi a 127,7 che vuol dire 11,8 miliardi in meno (-8,5%).

Se a livello nazionale il quadro è estremamente drammatico, in Sicilia è notte fonda. Secondo i dati dell’Abi Sicilia, nel periodo gennaio-ottobre 2012, sono state pari a 31,3 miliardi le risorse erogate a favore delle aziende siciliane. Stretta nella morsa della pressione fiscale e di opportunità di investimento fortemente compromesse dalla recessione in atto, la nostra regione si sta avviando verso un’inevitabile desertificazione del tessuto imprenditoriale.

“In un nostro recente sondaggio – commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi – abbiamo messo in evidenza come molti imprenditori, tre su cinque, sono costretti a ricorrere ai finanziamenti per pagare le tasse. è il segnale peggiore. Di denaro allo sportello ne viene erogato sempre meno e quel poco che arriva nelle casse delle aziende viene usato per rispettare, laddove possibile, gli adempimenti tributari”.......................................

lunedì 25 febbraio 2013

Crisi, tre aziende su cinque si indebitano con le banche per pagare le tasse - Il Fatto Quotidiano

Crisi, tre aziende su cinque si indebitano con le banche per pagare le tasse - Il Fatto Quotidiano:

....Oltre 81.900 micro, piccole e medie imprese, il 63 per cento del totale, hanno quindi chiesto soldi alle banche per rispettare le scadenze fiscali. Oltre all’Imu, è l’Irap l’altra tassa che mette in difficoltà gli imprenditori, considerando che l’imposta regionale sulle attività produttive si paga anche quando i bilanci sono in perdita, dunque in assenza di utili. Tutto ciò genera un “triplo effetto negativo” sui conti e sulle prospettive di crescita delle aziende, come ha spiegato Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa....

Crisi, tre aziende su cinque si indebitano con le banche per pagare le tasse - Il Fatto Quotidiano

Crisi, tre aziende su cinque si indebitano con le banche per pagare le tasse - Il Fatto Quotidiano:

....Oltre 81.900 micro, piccole e medie imprese, il 63 per cento del totale, hanno quindi chiesto soldi alle banche per rispettare le scadenze fiscali. Oltre all’Imu, è l’Irap l’altra tassa che mette in difficoltà gli imprenditori, considerando che l’imposta regionale sulle attività produttive si paga anche quando i bilanci sono in perdita, dunque in assenza di utili. Tutto ciò genera un “triplo effetto negativo” sui conti e sulle prospettive di crescita delle aziende, come ha spiegato Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa....

martedì 19 febbraio 2013

Fare per Fermare il Declino | Dobbiamo fermare il declino italiano, di cui la crisi finanziaria è solo un’aggravante

Fare per Fermare il Declino | Dobbiamo fermare il declino italiano, di cui la crisi finanziaria è solo un’aggravante:

SITUAZIONE GRECIA/ Cosa accadrà quanto toccherà a Spagna e Italia?

SITUAZIONE GRECIA/ Cosa accadrà quanto toccherà a Spagna e Italia?:


INT.
Andreas Voutsinos

martedì 19 febbraio 2013

LA SITUAZIONE IN GRECIA. "E' difficile, è sempre più difficile: nessuno sa cosa succederà". Padre Andreas Voutsinos, Vicepresidente della Caritas greca e vicedirettore Caritas di Atene, ha la voce affranta che sembra spezzarsi mentre al telefono racconta a ilsussidiario.net la situazione del suo Paese, la Grecia. Una voce stanca: si percepisce il dolore di una realtà dove ormai da troppo tempo non solo non si scorge alcun segno di cambiamento, ma anzi solo peggioramenti. "Siamo dei poveri che aiutano altri poveri" dice "anche la Chiesa cattolica è povera. Non abbiamo nessun sussidio da parte dello Stato, ma dobbiamo pagare le tasse. Ci sono diversi vescovi che si trovano in difficoltà, capita che non riusciamo a pagare le tasse. Intanto aumenta il numero di famiglie che finisce a vivere per strada mentre aumenta anche la violenza, i furti nelle case, le rapine ai passanti". Rimane una sola certezza incrollabile, e la voce di Padre Voutsinos finalmente si apre in un sorriso che si può percepire anche attraverso il telefono: "Speriamo nel Signore, sappiamo che non ci abbandonerà come hanno fatto tutti, governo e paesi europei. Dio ci aiuta e ci dà la forza di andare avanti".

Padre Voutsinos, nei giorni scorsi diversi produttori agricoli si sono messi spontaneamente a regalare la frutta alla gente affamata per le strade. Com'è la situazione?
La situazione è sempre più drammatica. Le tasse sono altissime, i salari sono ridotti e si dice che, adesso che stanno per terminare diversi tipi di contratto, gli stipendi verranno ulteriormente abbassati.  La gente ha paura, reagisce anche brutalmente a queste notizie:  non si sa davvero che cosa succederà.

Si dice che siano in aumenti i casi di violenza, rapine a mano armata per le strade con una media di venti al giorno. 
Certamente, i furti nelle abitazioni e per le strade sono aumentati, assistiamo quotidianamente a tante cose brutte. E nessuno sa dirci come andranno le cose.

Come Caritas riuscite ancora a far fronte al vostro impegno, il sostegno ai più poveri di cui lei ci ha raccontato in passato?
Continuiamo, certamente. Ultimamente grazie a Dio abbiamo ricevuto aiuti da parte della Caritas europea e anche da quella italiana. Abbiamo attivato contatti con diversi istituti privati qui in Grecia, ma poi come può immaginare gli aiuti finiscono e anche i rapporti con i privati. E allora bisogna ricominciare tutto daccapo, cercare nuovi contatti, nuovi aiuti. Ogni giorno aumenta il numero di coloro che vengono a chiederci aiuto, soprattutto i giovani in cerca di lavoro, perché ormai più nessuno è disposto ad assumere. E siamo qui, siamo tutti qui senza sapere cosa succederà nel futuro.

Chi soffre di più sono le famiglie, è così?
Come Caritas ad Atene cerchiamo di dare da magiare a duecento famiglie però non basta solo dar da mangiare. Ci sono famiglie che non hanno i soldi per pagare l'affitto, altre non riescono a pagare la luce o il gas. E' difficile, anche se cerchiamo sempre di aiutare, ma anche la Chiesa è povera. Noi non abbiamo nessun sussidio dallo Stato e in più paghiamo le tasse, anche se talvolta noi e i nostri vescovi non riusicamo a farlo.

Chissà che situazioni le toccherà vivere in questo quadro di sofferenza.
Un altro problema enorme è che in molti non possono permettersi neppure di comprare le medicine. C'è una famiglia che viene nella nostra parrocchia, moglie e marito hanno divorziato recentemente perché lei era diventata alcolizzata. Il marito è rimasto a vivere con i loro due figli, che sono bambini piccoli, però ultimamente ha perso il lavoro perché ha avuto dei problemi per via di un attacco cardiaco. Ha bisogno di medicine, ovviamente, ma ha rinunciato a comprarle per riuscire a comprare da mangiare ai figli. Medicine in cambio di cibo, è così che vive la gente in Grecia.

Il vostro impegno però non si ferma.
Ci proviamo, ma i casi sono talmente tanti che non si può aiutare tutti. Come possiamo aiutarli se noi stessi non abbiamo mezzi? E' una povertà condivisa. Ma non smettiamo di sperare, anche se ci capitano bambini di due, tre mesi i cui genitori non hanno i soldi per comprare il latte per sfamarli.

Poveri che aiutano altri poveri: è questa la Grecia di oggi.
Infatti. Ci sono tanti che vengono qui nella mia parrocchia a svolgere servizio per la mensa e che sono ancora più poveri dei poveri che aiutano. Ma questo lo vediamo ogni giorno: ognuno cerca di aiutare il prossimo.

Certamente state facendo qualcosa di straordinario.
Il problema è anche che oltre alle famiglie che vengono da noi, ce ne sono tante altre che non conosciamo e che hanno anche loro bisogno di aiuto. Bisogna andarli a cercare nelle loro case. Se uno riesce a prendere 300 euro di pensione riesce in qualche modo a sopravvivere, ma molti non hanno neanche questo e per le strade aumentano le persone che hanno perso la casa. Ma Dio ci aiuta, lo sentiamo, e ci dà la forza di andare avanti.

(Paolo Vites) 

sabato 26 gennaio 2013


Cambiare la Politica, Fermare il Declino, Tornare a Crescere


Dobbiamo fermare il declino italiano, di cui la crisi finanziaria è solo un’aggravante
La classe politica emersa dalla crisi del 1992-94 - tranne poche eccezioni individuali - ha fallito: deve essere sostituita perché è parte e causa di quel declino sociale che vogliamo fermare. L’Italia può e vuole crescere nuovamente.
Per farlo deve generare mobilità sociale e competizione, rimettendo al centro lavoro, professionalità, libera iniziativa e merito individuale. Affinché l'interesse di chi lavora - o cerca di farlo, come i giovani e tante donne – diventi priorità bisogna smantellare la rete di monopoli e privilegi che paralizzano il paese. I problemi odierni sono gli stessi di vent'anni fa, solo incancreniti: l'inefficienza dell’apparato pubblico e il peso delle tasse che lo finanziano stanno stremando l’Italia. Perdendo lavoro e aziende, migliaia di persone non sono più in grado di produrre e milioni di giovani non lo saranno mai.
Tagliare e rendere più efficiente la spesa, ridurre le tasse su chi produce, abbattere il debito anche attraverso la vendita di proprietà pubbliche, premiare il merito tra i dipendenti pubblici, promuovere liberalizzazioni e concorrenza anche nei servizi e nel sistema formativo, eliminare i conflitti di interesse, liberare e liberalizzare l’informazione, dare prospettive e fiducia agli esclusi attraverso un mercato del lavoro più flessibile ed equo. Sono queste le discriminanti che separano chi vuole conservare l’esistente da chi vuole cambiarlo per far sì che il paese goda i benefici dell’integrazione economica europea e mondiale. Nessuno, fra i partiti esistenti, si pone neanche lontanamente questi obiettivi. Noi vogliamo che si realizzino.
Per questo motivo auspichiamo la creazione di una nuova forza politica – completamente diversa dalle esistenti – che induca un rinnovamento nei contenuti, nelle persone e nel modo di fare politica. Cittadini, associazioni, corpi intermedi, rappresentanze del lavoro e dell’impresa esprimono disagio e chiedono cambiamento, ma non trovano interlocutori. Ci rivolgiamo a loro per avviare un processo di aggregazione politica libero da personalismi e senza pregiudiziali ideologiche, mirato a fare dell’Italia un paese che prospera e cresce. Invitiamo a un confronto aperto le persone e le organizzazioni interessate, per costruire quel soggetto politico che 151 anni di storia unitaria ci hanno sinora negato e di cui abbiamo urgente bisogno.
 
I promotori:
Michele Boldrin, Paola Bruno, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Silvia Enrico, Oscar Giannino, Andrea Moro, Carlo Stagnaro, Luigi Zingales

Oscar Giannino sul voto utile

http://www.sicilianiliberi.org/it/11-nessuna/234-ciro-lo-monte.html

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