
Qualche settimana fa vi avevo raccontato di un piccolo negozio (
Due saponette) di detersivi e prodotti per la casa, aperto da poco meno di un anno. Stamattina venendo al mio laboratorio ho visto che era vuoto e c’erano gli imbianchini. Probabilmente come tanti altri locali chiusi, che noto sempre più numerosi nel tragitto che mi porta da casa a dove lavoro, sarà messo in affitto oppure in vendita. In un altro momento non ci avrei fatto neanche caso, sempre i negozi si rinnovano, cambiano gestione insomma sono riutilizzati in altri modi. Diverse concessionarie di automobili, hanno lasciato liberi spazi commerciali enormi già da qualche tempo e sfitti sono rimasti. Le uniche attività che riuscirebbero a utilizzarli proficuamente, sono banche, finanziarie o al più negozi di abbigliamento gestiti da cinesi, immediatamente riconoscibili dalle tipiche lanterne rosse, ma anche queste non sono sufficienti a fare scomparire tutti i cartelli di affittasi o vendesi. Su
QdS Quotidiano di Sicilia un’indagine di Tecnocasa, denuncia una contrazione del mercato, nella regione, dell’8,7% da inizio d’anno ma secondo me va oltre, perche non tutti i proprietari si rivolgono alle agenzie per affittare o vendere gli immobili.
Qui a Palermo, contrariamente a quanto si dice sulla crisi, in apparenza sembra tutto come prima del fatidico settembre 2008, la città è più trafficata che mai, i bar la mattina sono sempre affollati, almeno nelle zone del centro, così come pub, pizzerie, drinkerie ecc. I pub e le drinkerie vanno alla grande, l’età media dei clienti è tra 30 e 50 anni, normalmente single, con alta percentuale del gentil sesso, che soprattutto dopo il lavoro, trascorre la serata fuori di casa, non avendo nessuno ad aspettarli. Oggi, con l’aumento delle separazioni coniugali e con il fatto che ci si sposa sempre più in età avanzata, happy-hour e locali di questo genere, vivono un periodo di forte sviluppo. Anche la società cambia e forse non è più il caso di aprire negozi o locali destinati alle famiglie, prima perché ci si sposa sempre meno, ma anche così non fosse, molte arrivano stentate a fine mese. Qui a Palermo, come dicevo, la crisi recente, probabilmente, è meno sentita, siamo una città vocata all’amministrazione, infatti, tutto “funziona a meraviglia”, e non si sente parlare mai di crisi, se non in privato. La maggior parte del lavoro è pubblico e quelle poche aziende esistenti, anche se in forte sofferenza, che stanno per chiudere o l’hanno già fatto, non si vedono, tranne chi, come il
Sig. Pizzino della Ditta Castello di Messina, che dà lavoro a trecento persone, è venuto alla ribalta andando a fare lo sciopero della fame, incatenato di fronte la direzione generale dell’Unicredit a Milano, per avere concesso un credito. Ma altri imprenditori siciliani, di cui la maggior parte lavora con pochissimi dipendenti e molti anche a nero, non vedono la convenienza a venire allo scoperto ed esprimere pubblicamente il loro disagio; c’è una specie di diffidenza a interloquire con le istituzioni, tranne si tratti di farlo in privato per ottenere vantaggi personali in cambio di altro. La nostra amata Sicilia vive ancora in buona parte del territorio, dopo Falcone e Borsellino e anni di lotte antimafia, una sorta di omertà fatalista che determina, non a torto, nell’opinione del resto del paese, una visione che difficilmente, con fatica e con ogni buona volontà, saremo in grado di modificare. Una sorta di mentalità atavica che ci portiamo dietro per la nostra storia, recente e passata, è di forte impedimento alla rinascita del pensiero, indispensabile fattore di cambiamento reale di società ed istituzioni. Tanti uomini di cultura, penso ad esempio ad un regista come Tornatore e al suo ultimo “Baaria”, sono costretti ad andare via dalla propria terra, com’è sempre stato, per motivi economici ma di più per ciò cui accennavo prima.
Spero almeno, paradossalmente, che la crisi possa costringere a dare il via al processo di necessario cambiamento e di vero sviluppo, dopo anni di malgoverno dell’isola.
La settimana passata ho spedito diverse mail, circa 50 a persone che conosco, per informarle della situazione difficile in cui mi trovo per la crisi economica e per avere un loro parere. In quattro mi hanno risposto, solo una di queste, inviata a chi come me ha un’impresa, ha risposto con interesse, un’altra mi consigliava, probabilmente in maniera ironica o forse cinica, di cercare commesse e lavoro. Da tutte le altre, rivolte a dipendenti della pubblica amministrazione o statali, non è arrivato nessun cenno di risposta, cosa che mi fa pensare che molti, di questa crisi, non ne abbiano neanche sentito parlare, anzi forse ne hanno ottenuto anche benefici.
Non posso, oggi che esprimere apprezzamento per gli imprenditori, che soprattutto in Piemonte e in Lombardia, hanno messo in luce, anche attraverso il loro aggregarsi come
Impresecheresistono, problemi e difficoltà legate alla piccola e media impresa ed auspico che un movimento come questo, nato spontaneamente , possa finalmente essere voce comune delle PMI da nord a sud, per una riduzione complessiva dei costi, ormai insostenibili del fare impresa in Italia.