
Parlando per metafore. Ricordo il bellissimo film The Mission, quando il protagonista R. De Niro per espiare la sua colpa, l’aver ucciso suo fratello in duello, intraprende il viaggio verso la missione gesuitica, caricandosi di un pesante fardello. Ciò gli rende il tragitto più faticoso rispetto agli amici che vorrebbero aiutarlo, almeno nei passaggi più impervi, senza però riuscirvi causa la sua caparbietà a salvarsi da solo. Se al posto di De Niro ci mettiamo un imprenditore senza nessuna colpa da espiare tranne la passione per la sua azienda e il proprio lavoro, ma che qualcuno ha caricato di un peso insostenibile, notiamo che, nel momento più difficile della crisi economica, ancora tagliente e non alle spalle, come alcuni seduti comodamente alle scrivanie giudicano, si ritrovi gravato ulteriormente dalla latitanza di un sistema creditizio che si guarda dal rischiare un solo centesimo. Chi il rischio deve correrlo, è solo lui, l’imprenditore supereroe che dovrebbe avere l’azienda più sana d’Europa, non aver chiesto mai niente come in quel famoso spot pubblicitario, aver mantenuto tutti i posti di lavoro mentre il fatturato non smette di crescere, alla faccia della congiuntura. Così però succede solo per i monopoli di stato che hanno inventato il gratta e vinci ed il superenalotto, gli enti statali per il recupero crediti, Serit ed Equitalia o la Fiat che è oramai una specie di azienda statale (soltanto in caso di incentivi o cassintegrazione). La stessa azienda, in più, continua ad assumere investendo nella produzione, cosa che nessuno fa più oramai, preferendo i redditi da capitale tassati al 12% o l’esportarzione di denaro all’estero nell’attesa dello scudo fiscale.
Inoltre paga sempre per tempo iva a fronte di fatture non incassate, contributi e tutte le tasse lavorando sei giorni per il fisco, mentre notte e Domenica per se. L’Irap la pagherebbe anche se in perdita, ma non è il caso dell’azienda “marziana” che ha sempre e comunque utili.
Può darsi che sia corretto non intervenire cosicché la ristrutturazione, che vorremmo vedere in tempi brevissimi, tre o quattro mesi al massimo,
sarà in grado di riportare le imprese a essere competitive in Europa e produttive come non mai. Se ce la faranno da sole, significherà che si tratta d’imprenditori con le palle d’acciaio! Altro che banche, TreBondi o rottamazione! Saranno aziende da competizione, che non avranno più concorrenza, lasceranno sul campo tutti morti e senza prigionieri. Bellissimo uno scenario veramente interessante. Poi i prodotti, se li acquisteranno l’uno con l’altra.
Da qualche tempo la mattina faccio colazione in una pasticceria-rosticceria, gestita da palermitani, non da cinesi come ormai più spesso accade a Milano, che produce in proprio. Vi garantisco che il sapore dei cornetti è diverso da quelli industriali surgelati e scaldati al momento. Chi vi lavora sono tutti della stessa famiglia, fratelli, cognati ecc. aprono alle 5 e chiudono alle 21. Solo così possono farcela e a malapena. Però se i cornetti fossero surgelati, guadagnerebbero meglio. Io non ci andrei più e cercherei quelli freschi finché ci sono, ma l’industria e la multinazionale aspettano pazienti, o impazienti, che tutti i piccoli laboratori soccombano e noi ci abitueremo, come sempre facciamo per tutto, a mangiarli surgelati. Visione apocalittica delle pasticcerie, che non ce la faranno, perché troppo deboli in questo mondo!
Too big to fail, (troppo grandi perché falliscano, lo stato le sosterrà in eterno) si addice solo a grandi banche e multinazionali come quelle che stanno avendo negli Stati Uniti, utili come mai pur con un aumento della disoccupazione eccezionale.
Pertanto se gli imprenditori non usciranno dalle loro ditte e faranno sentire la propria voce, talvolta, anche disperata, come sta succedendo oggi a Piobesi Torinese, i fardelli da sopportare ci seppelliranno.
Non sono catastrofista, né contro questo governo che auspico continui a fare il proprio lavoro e nemmeno voglio evidenziare soltanto ciò che è negativo in questo nostro amato paese, come in politica accade quotidianamente per la gioia di alcuna stampa estera che così vende più copie, ma non è giusto lasciare inascoltata la voce dei piccolissimi imprenditori e commercianti degli articoli seguenti, che non ce la fanno più e sono costretti a chiudere. Se non ce la fanno, non si può addossarne solo a loro la responsabilità, perché continuare a gravare questi lavoratori autonomi alla stessa stregua delle aziende più grandi, è un crimine sociale.
Viviamo in sistema economico non commisurato alle piccole aziende, altro che “pluralismo e prosperità economica”, si dovrebbe parlare di sistema organizzato per far fuori la PMI, e soprattutto la microimpresa. Le due proposte anticrisi artigianato, estendibili ai piccoli commercianti, potrebbero sostenere e favorire anche la nuova occupazione dei giovani cui è impossibile fare impresa. Vivo al sud, dove vi garantisco che l’unica scelta per i ragazzi è andarsene oppure lavorare a nero e sottopagati, ma è così almeno da trent’anni, ora è solo un po’ peggio. Perché non fare qualcosa che possa ribaltare questa condizione? Che cosa frena le istituzioni? Forse la paura di perdere la capacità di controllare il sistema produttivo delle PMI oppure non poterne trarre il più possibile, per finanziare amministrazioni e grande industria, che poi gli stabilimenti li spostano altrove. A queste domande, chi è alla manovra si guarda bene dal rispondere e come la famosa canzone di Jannacci (da cui per motivi personali escluderei i cardinali) dovremmo cantare: < E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e all’industriale, diventan tristi se noi piangiam….>. solito suggerimento: aderiamo a Impresecheresistono
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