
Carissimi amici imprenditori e non solo, ho ascoltato stamattina alle 8,00 a Prima Pagina su Radio Tre,( al 53° minuto del 12 ottobre 2009) la drammatica testimonianza del dott. Enzo Raselli titolare della ditta Grande Sas di Piobesi Torinese, dove sono occupate 40 persone. A fare lo sciopero della fame sono in quattro, titolari di altrettante aziende piemontesi, che hanno ultimamente aderito al gruppo Impresecheresistono, nato spontaneamente, tra pochi piccoli e medi imprenditori, di cui è portavoce Luca Peotta ma cresciuto in pochi mesi sino a più di mille PMI diffondendosi anche in altre regioni italiane. Le motivazioni di questa protesta, per chi non lo sapesse, sono molto semplici, è paradossalmente strano, infatti, che Governo e istituzioni, non stiano prendendo nessuna misura straordinaria per arginare gli effetti disastrosi di una crisi, che dalla finanza è straripata sull’economia reale, investendo soprattutto le PMI. E’ necessario pertanto, per chi ha ancora a cuore le proprie aziende, sostenere l’iniziativa estrema di questi coraggiosi. Inizia oggi il quarto giorno di protesta e non c’è dato prevedere l’evolversi della situazione. Patrizia Guglielmotto, Aldo Molaro e Fausto Grosso insieme a Raselli, hanno dovuto prendere atto di un calo del fatturato nel 2009, del 50, 60/%, sono aziende metal meccaniche, che negli anni precedenti hanno investito in macchinari nuovi e ristrutturazioni, trovandosi oggi a non poter sostenere nemmeno mutui dei finanziamenti. Inoltre ogni mese tasse e contributi arrivano da pagare puntualmente, mentre non lo sono i pagamenti di fatture sulle quali, tra l’altro è stata versata l’iva. Ieri leggevo un articolo di Marcello Foa che inneggiava alle industrie sane delle Marche, veramente ne citava una soltanto che produce macchine per caffè espresso da bar e domestiche. Sono contento per quest’azienda ma credo sia una delle poche mosche bianche ancora rimaste. La cosa che dobbiamo capire, leggendo di solito tra le righe, ma si trova scritto qualche volta a anche a chiare lettere, è che il debito pubblico e la scarsa produttività delle imprese italiane in genere, sono questioni che ci portiamo appresso già da prima della crisi scoppiata a settembre 2008 e su questi problemi, ci dobbiamo confrontare. Il Debito sarà difficile contenerlo, figuriamoci ridurlo, ma per il sistema economico produttivo, come sappiamo costituito per la maggior parte da PMI, gli economisti sperano, insieme a Tremonti, Confindustria e molti politici e intellettuali, possa automaticamente ristrutturarsi, a qualsiasi costo anche sociale, ma tanto la colpa sarà della crisi globale e non del governo ecc., così da assomigliare sempre più al sistema di paesi europei come Francia o gli Stati Uniti che hanno poche aziende multinazionali gigantesche e poche PMI considerate ormai obsolete, non tanto per la capacità di realizzare prodotti d’avanguardia bensì per il loro numero troppo elevato, che non consente d’avere una forza maggiore di penetrazione nel mercato globale. A questo punto a me sorge il dubbio che chi guarda le cose troppo dall’alto si sia bevuto il cervello oppure sia nelle più grande malafede, perché in un momento come questo, è proprio la riduzione dei consumi che creerà nuove difficoltà innescando un procedimento a catena irreversibile. Se pensiamo inoltre che il FMI stima in altri 2400 miliardi l’impatto di una nuova possibile bolla a breve scadenza, è naturale che nessuno abbia intenzione di muovere nessuna pedina di tipo economico a breve termine. Assistiamo inoltre, a un’alternanza di previsioni e statistiche che però non cambiano di una virgola i problemi quotidiani della gente.
V’invito nuovamente a prendere contatto con Impresecheresistono e sostenerne le iniziative che hanno sempre e soltanto come unico scopo, la richiesta legittima di provvedimenti necessari a guadare una crisi eccezionale. La crisi, torno a dire non è psicologica e gli addetti ai lavori lo sanno, ma nessuno si muove. E’ opportuno e obbligatorio fare sentire la nostra voce e mettere in campo la nostra esperienza lavorativa, ci sarà qualcuno che intelligentemente capirà che se un cambiamento del sistema economico ci deve essere, questo non può far fuori così in breve tempo decine di migliaia di aziende nel nostro paese, solo perché in questo momento alcuni prodotti subiscono il tracollo della domanda sia, interna che principalmente dagli altri paesi. Puntare al sostegno economico delle famiglie limitando il prelievo fiscale, o sospendendo per il periodo necessario, contributi e versamenti a ditte come la mia, potrebbe essere il segno che va mantenuta in vita anche la parte più debole del paese, non solo Fiat o grandi multinazionali. La domanda rimane la stessa: < Vale di più il lavoro dell’uomo, delle sue mani e del suo cervello, o dobbiamo sostenere sempre e solo profitti di capitale e speculazioni di ogni genere ? >.
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