Certo, pesano i mancati investimenti dei privati, le dimensioni modeste delle imprese o la scarsa sensibilità verso la politica dei brevetti e della ricerca. Ma, più di tutto, pesa l’inefficienza dello Stato sia quando incassa che quando spende. O quando interviene nell’economia distorcendo l’uso delle risorse o vietando la concorrenza nelle utilities locali. Uno Stato che potrebbe, secondo la Banca d’Italia, dare una spinta al Pil del 30 per cento con riforme strutturali nell’ambito della burocrazia, delle infrastrutture, del capitale umano e delle liberalizzazioni.
È qui che si gioca la partita del futuro: o lo Stato, come ogni azienda che si rispetti, avvia la sua riforma tagliando i suoi costi (senza ricorrere a nuovi deficit) oppure l’Italia non ce la fa.
http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=44909
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