Ma allora cosa farà la Fiat, tra due o tre anni? Smobiliterà dall’Italia? Trasferirà armi e bagagli tutta la sua produzione all’estero, nei Paesi a basso costo del lavoro come il Brasile, la Turchia o la Polonia, dove già opera?
Una risposta “di cronaca” a questo interrogativo inquietante che ha seminato lo sconcerto sia negli ambienti sindacali che in quelli politici italiani c’è già, a volerla prendere per buona, ed è la smentita ufficiale opposta dalla Fiat alle voci che, appunto, ipotizzavano il disimpegno. Ma è stata chiaramente una smentita di facciata, di quelle inevitabili, che non convincono chiunque abbia un minimo di conoscenza delle dinamiche e delle logiche che agitano i grandi gruppi automobilistici....................
Già: fino a quando? E a questa domanda si può dare una risposta confortante. Fino a quando i Paesi a bassi costi di produzione non vedranno finalmente alzarsi anche i loro costi. Come sta accadendo, ad esempio, nell’Est Europa e soprattutto in quegli Stati come Romania e Bulgaria già entrati nell’euro o quelli come la Croazia destinati a entrarvi presto. Il benessere, per fortuna, è una dimensione contagiosa, e perfino in Cina - dove ancora cinque o dieci anni fa si produceva in condizioni di neoschiavismo - si sta rafforzando nelle aree metropolitane un movimento sindacale in grado di difendere i diritti degli sfruttati, generando però l’effetto indotto di far salire i costi di produzione.
Insomma, i grandi gruppi industriali occidentali dell’auto che riusciranno a “tener duro” e non delocalizzare le produzioni “di casa” per un’altra decina d’anni ce l’avranno fatta. Perché nel 2020 produrre un’utilitaria a Mirafiori o a Canton costerà uguale. Per fortuna dei cantonesi.
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