giovedì 12 novembre 2009

Arte (sacra) Finanza Artigianato

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Oggi nelle realizzazioni artistiche si adoperano materiali poveri e di breve durata, vanno di gran moda le installazioni, performance temporanee e inutili, ma spesso finanziate a “grandi artisti” con spreco di denaro pubblico, che vengono consumate come qualsiasi altro prodotto, nell’arco di qualche tempo.

Negli ultimi mesi, come molti artigiani e titolari di piccole imprese, ho più tempo a disposizione, il drastico taglio dalle spese familiari soprattutto di alcuni beni non strettamente necessari, ha generato, infatti, un forte crollo della domanda in alcuni settori come il mio. Perché non sembri sempre il tipico sfogo emotivo e solitario di un “povero artigiano” in crisi per la sua scarsa imprenditorialità, restio all’ innovazione e romanticamente legato a una maniera obsoleta di lavorare, in un mondo che corre frenetico e inarrestabile verso la globalizzazione, vorrei dimostrare come, alta finanza, arte e architettura in voga, siano ben calibrate a mettere fuori gioco chi crede ancora a un modo vero e umano di guadagnarsi da vivere.
Certo, non è facile, occorrono armi affinate soprattutto dialettiche, sapere di storia e critica d’arte, di leggi e teorie sull’ economia e la finanza, senza tralasciarne le implicazioni politiche e sociali. Devo ammettere sinceramente, che ho forse scarse probabilità di riuscirvi, ma almeno ci voglio provare.
Sono stato provocato dalla lettura di un articolo di Giuseppe Frangi, “Ma è la Chiesa che ha abbandonato l’arte…. o è l’arte contemporanea che si è distaccata dalla Chiesa e dalla fede”, sulla rivista Tracce di questo mese, pubblicato in occasione del prossimo incontro con il Papa, al quale hanno risposto positivamente poco più della metà dei 500 artisti invitati il 21 Novembre nella Cappella Sistina. L’evento molto atteso e che ha suscitato polemiche per l’apertura a protagonisti dell’arte contemporanea dai linguaggi spesso contraddittori o addirittura blasfemi, è stato preparato con molta cura e attenzione dal Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, Mons. Gianfranco Ravasi. Egli replica in un’intervista:
< La Chiesa si è accontentata del ricalco dei tempi passati senza interrogarsi su uno stile che potrebbe essere l'espressione del nostro tempo. D'altra parte l'arte ha tentato sperimentazioni, provocazioni, ha dato le dimissioni nei confronti della sua sorgiva aspirazione di rappresentare l'infinito. L'arte è estetica - ha concluso - ma ha sempre avuto anche una funzione etica >

Naturalmente, la questione è molto più complessa e ovviamente argomentata, chi è interessato può approfondire un tema che ha visto negli ultimi anni, il susseguirsi d’incontri e dibattiti appassionati sull’architettura delle nuove chiese, vedi cubo di Fucksas, o su opere d’arte “insolite” al posto di pale d’altare ecc.
Sempre più numerosi sono i blog che trattano questi temi, non ultimo Fides et Forma, Appello al Papa per l’Arte Sacra oltre ad associazioni di artisti e architetti come l’associazione Il Baglio, che difendono a spada tratta un modus operandi che non vuole rinunciare alla propria cultura e tradizione.
Sempre da G. Frangi < L’importante da parte cattolica è non accontentarsi di scorciatoie, che si traducono in pura oleografia (ndr cioè banali e prive di originalità), ma accettare la sfida che nulla di ciò che la realtà offre è aprioristicamente nemico >.

Personalmente credo che alcune opere evidenziate nell’articolo come non nemiche, non possano essere viste come innocue. Viene accettata di fatto l’arte come “visione” dell’artista eroe solitario che, completamente libero da “vincoli” iconografici, può realizzare con del fil di ferro e due bottiglie vuote, un’opera talmente cristiana, il paradigmatico Crocifisso di Joseph Beuys, da poterla mettere persino nella mia parrocchia.
Sfido chiunque a capire come due bottiglie, un pezzo di legno e del fil di ferro possano rappresentare una Crocefissione.
E sì, che di questi tempi, avremmo meno problemi nelle aule scolastiche, sopratutto dalle parti di Strasburgo e dintorni. Forse a questo miriamo.

Prosegue Ravasi : < Sarebbe stato un grande segnale, questa Crocifissione dovrebbe stare in una chiesa, non in un museo >. Benissimo, a questo punto non c’è più bisogno di artigiani o artisti “tradizionali”, le vetrate istoriate, gli affreschi o le sculture che finora nelle chiese hanno narrato i vangeli, non potranno comunicare domani il Mistero dell’Incarnazione, l’arte sacra non può essere oleografia di una maniera passata di raffigurare Cristo, Sua Madre o gli Apostoli.

Così, l’opera d’arte non parlando più con un linguaggio universale e non potendo più vivere autonomamente senza un critico o l’autore che ce la spiegano, morirà con loro e magari anche prima. Oggi del resto nelle realizzazioni artistiche si adoperano materiali poveri e di breve durata, vanno di gran moda le installazioni, performance temporanee e inutili, ma spesso finanziate a “grandi artisti” con spreco di denaro pubblico, che vengono consumate come qualsiasi altro prodotto, nell’arco di qualche tempo.
Domani non sarà più di moda ciò che lo era appena ieri.

La vetrata di Richter, nel Duomo di Colonia, è espressiva del nostro tempo così da essere anche questa indicata come opera d’arte contemporanea. Per la sua grande fatica Richter, l’artista che Frangi definisce a sei zeri, non ha preteso alcun compenso, se avessero dovuto riconoscergli economicamente
l’enorme sforzo creativo per partorire tale capolavoro, , chissà quanto la Chiesa di Colonia avrebbe dovuto sborsare. Così si è evitato di narrare, come avrebbe voluto il Vescovo per la Sua Cattedrale ricostruita dopo i bombardamenti, la vita di Edith Stein, martire nei campi di sterminio ad Auschwitz.
L’arte contemporanea, quella da Biennale a sei zeri non può ripetere l’arte del passato e direi la storia tutta, si cadrebbe nel banale ripetitivo modo espressivo e comprensibile da tutti. E Dio oggi, avrebbe potuto evitare la croce a Suo Figlio, sarebbe sufficiente sacrificare appena l’idea di Gesù, non anche il Suo Corpo, l’ immagine del volto del Padre non è più di moda, forse è anch’ Egli oleografico.
Potremmo scrivere centinaia di pagina sull’arte sacra, cosa è bene per la Chiesa, gli artisti e l’uomo, mi limito a fare l’ultima osservazione, prima di passare all’alta finanza nel mondo globalizzato, altra nemica dell’artigianato: La Chiesa, o meglio, una sua frangia, ha aperto una porta a ciò che indurrà sempre più dubbi sull’origine della bellezza.
Quest’ultima, dovrà essere subito riconosciuta e compresa oppure ci vorrà il suggerimento del solito potere-culturale-mediatico-consolidato che indica ciò che è bello, vero e giusto a prescindere dai valori ultimi e fondamentali per l’educazione alla vita.
L’arte, come la finanza che preme un tasto del terminale, non avrà più bisogno di una sapienza del fare, di come si preparano le tele e i colori, di conoscere i modi dell’affresco o dell’incisione, ma sarà sufficiente buttare per terra scarpe e vestiti alla rinfusa, dietro una croce di ferro inclinata, per inscenare una Via Crucis, così come nella chiesetta di San Lupo a Bergamo, ha fatto J. Kounellis, uno degli artisti invitati anche alla Biennale di Venezia, nello spazio espositivo del Vaticano dedicato all’Arte Sacra.
Tanto di cappello, vuoi mettere saper distribuire artisticamente degli abiti per terra?

Ci siamo forse già dimenticati della scena famosa del film con Alberto Sordi, dove la moglie si siede stanca su un’opera d’arte che scambia per una sedia? Oppure quando in una casa arredata modernamente, ribatte: < Albè, me pare a BBiennale ! >. Beh, ma se un critico autorevole, supportato dal giudizio del Presidente Mons. Ravasi, dice che quella è un’opera d’arte che può entrare in Chiesa, perché a me dovrebbero continuare a commissionare vetrate “oleografiche”?

Allora l’alta finanza potrà anche decidere di drenare risorse, come già accade per i grandi gruppi bancari e le multinazionali, anche attraverso investimenti in opere d’ arte sacra, così da aumentarne il valore a dismisura tramite case d’asta mondiali, come già succede e additare al mondo globalizzato cosa guardare e cosa no, quale artista vale e quale no, formando una nuova coscienza estetica non più basata sulla verità, (bellezza e verità coincidono), ma sul mercato, come fossero titoli, l'arte è estetica ma ha sempre avuto anche una funzione etica , e su questo sono assolutamente d’accordo con Ravasi. La bellezza, non più cercata attraverso la fatica del vivere, del lavorare, nei rapporti umani, nelle vittorie e nelle sconfitte, ma pronta e confezionata per l’uso di chi sempre più facilmente e senza resistenza alcuna, potrà essere convinto che un imbuto appeso a un muro sporco di fango, esprime l’idea dell’evangelica “Porta stretta” da cui passare, e il fango sei tu come lo eri in origine. Poi, col tempo resterà solo il “concetto” d’imbuto e il gioco è fatto. Man mano gli uomini dimenticheranno se stessi, la loro coscienza e la loro speranza, conseguenze dell’incapacità a riconoscere la bellezza che salverà il mondo, come dice Dostoevskij.
Mi chiedo: ma gli uomini sapranno ancora riconoscerla?

In finanza, tra l’altro, le banche americane “too big to fail”, che hanno avuto miliardi di dollari di utili, pur in una situazione di crisi economica grave, e dopo essere state salvate dallo stato, possono distribuire milioni di dollari di bonus ai loro brokers, mentre la disoccupazione cresce inarrestabile e le famiglie vivono nelle tende e nelle roulotte.
Per finire, se il linguaggio dell’arte, in particolare quella destinata alla Chiesa, non terrà conto di una questione semplicissima, cioè che il cammino dell’uomo è avvenuto in migliaia di anni di storia e la comunicazione, la cultura e le forme artistiche in genere si sono sviluppate gradualmente, assimilate e comprese nel tempo, l’uomo resterà confuso su tutto, come già purtroppo accade e un taglio così netto con la tradizione iconografica delle immagini che hanno sempre, in modo chiaro e inequivocabile raffigurato la storia della Redenzione, causerà altri danni nella Chiesa e nelle chiese.
Così, come al solito, qualcosa non mi torna!


Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. .... Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti.

Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto

Charles Peguy L'argent, 1914

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