
Una crisi economica che è la peggiore dal ’29. Questa frase non so più quante volte l’ho letta, l’ho sentita e talvolta l’ho anche scritta. Ho iniziato la mia piccolissima microimpresa nel 1983, sono nato nel ’56, e anche a me pare di non avere mai visto qualcosa di simile, come lo stesso per ciò che è successo a Port au Prince. Un terremoto è imprevedibile, tutti abbiamo visto e continuiamo a vedere cosa è successo ad Haiti, una catastrofe che nessuno avrebbe mai potuto predire. Tutte le organizzazioni umanitarie hanno difficoltà enormi nel fare fronte a un’emergenza che non ha precedenti per dimensioni e gravità.
La crisi economica, non è un terremoto, avremmo potuto prevederla ed attrezzarci di conseguenza. Le cause che l’hanno provocata sono note ormai a tutti e non si è fatto mai nulla per evitarla. Chi ha potuto arricchirsi a dismisura l’ha fatto sempre e sulle spalle dei più deboli, creando un sistema perfetto allo scopo. Oggi le fabbriche che chiudono sono la risposta del sistema che non vuole soccombere e si delocalizza, trasferendo le produzioni e lasciando per strada coloro che per anni hanno costruito la ricchezza di alcuni, non servono più, si possono gettare via come le macchine obsolete che rottamiamo. Non credo che la colpa vada addossata interamente agli imprenditori che preferiscono produrre all’estero,( li ritengo comunque eticamente ingiustificabili) del resto è questo un fenomeno che avviene già da molti anni, di fatto è impossibile competere con paesi come la Cina, dove la mano d’opera e i diritti umani seguono regole completamente diverse dalle nostre. Un’azienda deve fare utili, corrispondere agli studi di settore, lavorare sodo, innovare, insomma essere sempre più produttiva, quindi la logica presuppone che le scarpe che respirano, anche se a Pechino l’aria è irrespirabile, vadano prodotte in quelle zone, per competere nel mercato globale. In Italia non è possibile crescere quando il fisco pretende performance eccezionali in condizioni straordinariamente difficili. Quindi chi può se ne và altrove e aziende come la Fiat pur avendo avuto leggi e regole che l’hanno sempre favorita, è costretta a chiudere Termini Imerese per andare in Brasile. Sarebbe ora il caso di fare entrare nelle teste di chi ci governa un problemino: se la Fiat con tutti gli incentivi che riceve, de localizza la produzione, ed è di oggi la notizia che la Omsa vuol andare in Romania dove gli stipendi costano un terzo che da noi, come le piccole e medie imprese potranno riuscire, non a sopravvivere per qualche altro mese, ma crescere e portare avanti la loro “Mission impossibile”, restando in Italia?
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