Il nesso tra guerra ed espansione economica è quindi accertato e assolutamente ricorrente, a partire dal secondo conflitto mondiale che fu la reale dinamo della ripresa Usa dopo la crisi del ‘29. Lo ha confermato un paio di anni fa, il premio Nobel per l’economia, Peter North: «Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda guerra mondiale». Durante il New Deal rooseveltiano la spesa pubblica civile era cresciuta dai 10,2 miliardi di dollari del 1929 ai 17,5 del 1939, peccato che nello stesso periodo, il Pil calasse da 104,4 a 91,1 miliardi di dollari e la disoccupazione salisse dal 3,2% al 17,2% della forza lavoro complessiva.
Dal 1939 lo scenario cambia: il sistema economico è dapprima tonificato dalla vendita di armi agli inglesi e ai francesi (ma anche ai nazisti) e poi definitivamente rimesso in carreggiata con l’ingresso diretto degli Usa in guerra, Pil in crescita e disoccupazione a zero. Stesso discorso per la guerra di Corea, panacea per combattere il ritorno in recessione degli Usa nel 1949. Nell’estate dell’anno dopo, l’esplosione del conflitto garantisce una fortissima spinta al riarmo: i Paesi della Nato triplicano in soli 3 anni le loro spese militari, che passano infatti dai 38 miliardi di dollari del 1949 ai 108 miliardi del 1952.
Ma la parte del leone la fanno gli Stati Uniti, le cui spese militari nel biennio 1952-1953 giungono al 15% del Pil. Altra crisi, altra guerra, altro regalo. Nel 1961, quando John F. Kennedy raggiunse la presidenza, gli Usa erano da tempo in piena crisi economica. La risposta fu quella dell’aumento della spesa pubblica, peccato che ci si dimentichi di aggiungere è che l’82% di questo incremento fu ascrivibile alle spese militari: il valore delle armi vendute dagli Usa aumentò in 6 anni di ben sei volte. Ma sarà in particolare la guerra del Vietnam - e le relative spese militari, tornate a superare il 10% del Pil - a ridare slancio all’economia americana. Che infatti, a partire dal 1964, conoscerà una delle più lunghe fasi espansive della sua storia (sfuggendo alle recessioni che in quegli stessi anni attanagliano l’Europa).
E poi la presidenza Carter con l’occasione offerta dall’invasione sovietica dell’Afghanistan (24 dicembre del 1979): già nel numero di Business Week del 21 gennaio 1980 si parlava esplicitamente di “New cold war economy” e si ipotizza una sensibile crescita della spesa per armamenti. Cosa che avvenne puntualmente. Ma l’accelerazione divenne frenetica con l’arrivo di Ronald Reagan e la creazione di un nuovo incubo bellico, le guerre stellari a cui opporre lo “scudo stellare”. Le spese per la difesa aumentano dal 1981 al 1985 del 7% all’anno, mentre la quota delle spese militari all’interno del bilancio federale cresce dal 23% al 27%: ancora una volta, le spese per gli armamenti vengono giocate in chiave recessiva.
Ma la fine dell’Urss e della contrapposizione tra i blocchi non ferma la logica del “warfare bettere than welfare”: il “grande satana” non è più il comunismo ma Saddam Hussein, ex grande alleato dell’Occidente nella guerra contro l’Iran, che nell’agosto del 1990 ha la geniale intuizione di invadere il Kuwait. La risposta è una guerra, dapprima attraverso bombardamenti, poi con un intervento terrestre diretto dell’esercito americano (16 gennaio-28 febbraio 1991). In questo caso, la guerra è un toccasana non solo per l’industria bellica, visto che attraverso la missione gli Usa consolidano la presa sulle risorse petrolifere del Golfo Persico.
Il politologo americano, Samuel Huntington, l’inventore dello “scontro di civiltà”, sintetizzò così la posta in gioco e i risultati della guerra: «Al termine del conflitto, il Golfo Persico era diventato un lago americano». Il mese successivo alla fine della guerra non solo si concluse l’ultima recessione americana (tolta quella attuale, ovviamente), ma per l’ultima volta gli straindebitati Stati Uniti poterono vantare un avanzo delle partite correnti, qualcosa come 3,7 miliardi di dollari. E poi, la prima grande guerra dell’epoca della lotta al terrore. Prosegui la lettura
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