giovedì 16 settembre 2010

Quella grande piccola impresa | Tempi

Quella grande piccola impresa | Tempi

Il bocconiano Paolo Preti contro il luogo comune che costringe (anche il “simpatizzante” Tremonti) a stigmatizzare le dimensioni ridotte delle aziende italiane come un handicap. E se invece il nostro fosse «un modello di sviluppo del tutto originale»?


Quello del ministro dell’Economia Giulio Tremonti al Meeting di Rimini è stato un discorso che ha saputo convincere con poche righe per ciascuno la maggior parte dei suoi interlocutori: Europa, sinistra, sindacati, cattolici (dando per scontato che il centrodestra fosse già dalla sua parte dopo un luglio-agosto manovriero fatto di silenzi in risposta alle richieste di alcuni, e di precisi interventi a sostegno di altri). Anche la parte riservata a Confindustria e al mondo delle imprese non poteva dunque che partire da un tema caro all’attuale presidenza di quell’associazione: «La competizione oggi si fa tra giganti, mentre gran parte del Pil italiano è generato da piccole imprese sotto i quindici dipendenti», con la risaputa conseguenza per cui si dovrà legiferare per facilitare l’aggregazione tra imprese. Ma, subito dopo, ecco il riconoscimento che laddove opera l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – appunto nelle imprese con meno di quindici collaboratori – la conflittualità capitale-lavoro è pressoché assente. Qui emerge, in questa apparente contraddizione per cui le piccole imprese vanno bene quanto a rapporto tra imprenditori e lavoratori ma non sono adatte a competere nell’economia globalizzata, un punto che necessita approfondimenti. Sembrerebbe che queste benedette – in senso letterale – piccole e medie imprese (Pmi) non siano ancora riuscite a conquistarsi agli occhi del superministro, che peraltro ha più volte manifestato verso di esse la propria simpatia, una definitiva consacrazione, anche internazionale. Tra di noi possiamo difenderle riconoscendone i pregi, ma quando si tratta di volare alto, allora no, è più politically correct vederne i limiti e proporre una via di uscita...................


...È il momento, invece, di riconoscere pienamente questo fenomeno, di pensare che si possa trattare di un modello di sviluppo del tutto originale da difendere e sostenere. A chi denuncia i limiti, più o meno strutturali, del nostro fare impresa, occorre opporre, con la forza dei numeri ma anche come ipotesi culturale, una posizione diametralmente opposta: non debolezze da superare, ma peculiarità da difendere impegnandosi, evidentemente, a ridurne gli aspetti negativi e a migliorarne l’efficacia. Non si tratta di valorizzare solo la dimensione media tipica delle nostre imprese, ma di estendere il riconoscimento ad altre caratteristiche peculiari, al pari della dimensione, della struttura e del modo di operare della maggioranza delle nostre aziende. ..................

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http://www.sicilianiliberi.org/it/11-nessuna/234-ciro-lo-monte.html

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