“La bellezza salverà il mondo”. Questa apparentemente fuori luogo affermazione, che guardandosi intorno, sembrerebbe prevalere la bruttezza, quella dei nostri edifici condominiali del boom edilizio mafioso e della speculazione o della sporcizia nelle strade e nei marciapiedi, quella delle automobili che rendono la città pericolose per chi ci si muove a piedi o in bicicletta, quella dei titoli sulle prime pagine sui giornali e di tutte le immagini che scorrono incessanti su teleschermi a ricordarci che nel mondo sembrerebbe vincere solo il male e la morte, non potrà mai prevalere sulla necessità, sul bisogno di ognuno, pena la voglia di vita, di cercare la bellezza cui F. Dostoevskij affida, direi, non solo il mondo, di più ogni uomo e donna. Della bellezza hanno scritto Dante, Leopardi Pascoli e tantissimi altri poeti e scrittori, ma anche pittori scultori musicisti e artisti di ogni genere, non ultimi sacerdoti vescovi e papi. Io che non mi annovero neppur lontanamente in questo elenco, vorrei soltanto raccontare un piccolo fatto ormai lontano nel tempo, ma che straordinariamente, vista la mia labile memoria, ricordo ancora come fosse ieri. Avevo sei anni, ed era il primo giorno di scuola, forse non proprio il primo, in quello ero molto agitato per essere stato costretto ad allontanarmi da mia madre, così che la paura aveva avuto il sopravvento su tutte le emozioni d’ inizio della mia nuova vita scolastica. Diciamo, allora, che era trascorsa una settimana o un mese, e comunque ha poca importanza. La scuola elementare si trova ancora in Viale Mazzini, a Grosseto, città della maremma in cui ho vissuto i primi diciotto anni. È dedicata a un certo G. Tombari e si trova quasi a ridosso delle mura medicee, all’interno del borgo più antico. Vi si accede da un non grande piazzale di pertinenza dove i papà,le mamme o entrambi, aspettavano di veder uscire i propri bimbi, o dove rimanevano ancora qualche minuto con loro, sistemandogli ben benino, il fiocco azzurro o rosa, sino al suono della campanella che dava il via libero ad entrare. Salivo con miei compagni alcuni gradini e dopo aver varcato la soglia del portone d’ingresso, un paio di rampe di scale di diversi gradini, data l’altezza dei soffitti dell’ edificio costruito nei primi anni del’ 900, con mura solide e pavimenti color cotto che ricordo addirittura rossi, lucidi e scivolosi, entravo in classe dove già la maestra ci aspettava. Ai tempi, le sezioni erano o di maschietti o di femminucce, così come anche alle medie, anzi lì c’era soltanto una sezione sperimentale mista, invidiata da tutti noi appena adolescenti. Di questi giorni e primi anni di scuola, passati oramai quasi cinquant’anni, ho dei ricordi vaghi, ma una cosa mi è rimasta come fosse un piccolo regalo che conservo con cura. C’erano due bambine gemelle, praticamente uguali, vestite sempre uguali, con la stessa cartella e lo stesso grembiulino. Per me erano tutt’e due bellissime e me n’ero, per quanto può succedere a un bimbo di sei sette anni, come innamorato. Erano le figlie del proprietario di un negozio di sali e tabacchi situato nella via del Corso, probabilmente le avrò viste lì un giorno passeggiando, come facevo a volte, orgogliosamente con la mia manina nella sua, in centro con mio padre. Le cercavo con gli occhi ogni volta che entravamo o uscivamo da scuola e quando passavo di fronte a a quella tabaccheria. Non mi pare di aver mai rivolto loro una parola, l'emozione prendeva il sopravvento e quasi mi impietriva , non avevo chiara la natura di questo ingenuo e naturale desiderio di guardarle, ma il solo vederle mi dava un senso di benessere, direi oggi,come l'ascoltare una bella musica, ammirare un bel quadro, o assaporare, affamati, un buon piatto o dissetarsi se assetati. Però, a pensarci bene, sperimentare il bello è ancora di più, è come un senso di compiutezza che accade in un attimo per grazia, esperienza d' armonia del tutto in un istante, il riconoscimento che questa bellezza proviene da altro, ma che anche gli occhi di un volto a volte misteriosamente trasmettono, come fossero d’infinito. Quello che percepiamo è come il riflesso di una bellezza che sfugge, ma è proprio quest’ inafferrabilità che la rende, paradossalmente, più vera ed eterna.
giovedì 6 gennaio 2011
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