Ma la lezione di “Cleveland contro Wall Street” è utile soprattutto per un’altra elementare ragione: la crisi è tutt’altro che finita. Fino a oggi, ha annunciato il sottosegretario al Tesoro Tim Geithner, sono 2,8 milioni le case confiscate dal sistema bancario. Ma la cifra è destinata a salire a 4,5 milioni entro la fine dell’anno. Il tasso dei fallimenti familiari, pari al 3,3% al momento dell’insediamento di Obama, è salito al 9,4%, mentre i prezzi del mercato immobiliari sono in media sotto del 30% rispetto al 2006.
Ma le medie, si sa, spesso non rendono giustizia al dramma delle persone. Milioni di essere umani costretti a cambiare tenore, ma anche a modificare il proprio sistema di valori. Milioni di americani obbligati, dalla sorte, a prender atto che, il più delle volte, la cosa più conveniente da fare è quella di non pagare quanto dovuto al sistema bancario ma attendere con pazienza l’ora del proprio sfratto che, forse, non arriverà mai. Ci sono Stati, vedi la California o il Texas, in cui la banca può agire per conto proprio, di fronte all’insolvenza. Altri, come la Florida o New York, in cui è necessario attendere la pronuncia del giudice che, ormai, avviene in tempi all’italiana: 519 giorni a Miami per eseguire il foreclosure, addirittura 561 a New York.
E le cose, mentre l’amministrazione Usa è costretta a intervenire di nuovo a sostegno delle agenzie federali Freddie Mac e Fannie Mae (unico sostegno al mutuo sostenibile), sembrano destinate a peggiorare. Insomma, per evitare che “Cleveland contro Wall Street” non sia che il prologo di un processo ben più radicale al sistema occorrono gesti politici forti che Washington, da sola, non sembra in grado di fare visto lo stato delle finanze pubbliche americane. Ma che sono necessari: la finanza può e deve tornare al servizio dell’essere umano, ci dimostra il processo virtuale di Cleveland.
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